Tri sunnu i mali fieri …e Grattieri

Gratteri, il terzo elemento della triade dei borghi madoniti indicati, nelle battute scherzose tra i membri dei paesi confinanti, come sedi di mercati (in passato soprattutto di bestiame) di scadente offerta.

Un’espressione, quella riportata all’inizio, che veniva pronunciata in senso generico, al di la del significato meramente mercantile,  nelle ricorrenti dispute campanilistiche. Di un campanilismo scherzoso e sostanzialmente bonario.

Talora anche espressione di simpatia. Mai paragonabile a quello che adesso viene definito “sovranismo” tra gli stati.


Che invece mira a soffocare lo sviluppo degli stati più deboli attraverso la negazione della solidarietà dovuta verso di essi in nome della massima ambrosiana “La Terra è di tutti”.

Ma questo – come abbiamo detto – non è il nostro caso. In cui, invece, si potrebbe accettare benissimo, e anzi vantarsene, se corrispondesse nella realtà al contrario di quanto vuole indicare la anzidetta battuta.

Il guaio è purtroppo che, per quel che ci riguarda, il declino del terzo elemento della triade è veramente al punto della sua scomparsa dal novero dei borghi che hanno avuto la dignità di un contesto con voce in capitolo in termini religiosi, civili e morali.

Questo è proprio il caso di Gratteri, nobile (nel senso di rinomato), come vuole la dicitura del suo stemma comunale, e religiosamente in evidenza, come testimonia, tra l’altro, l’avervi avuto i natali l’ottavo cappuccino di Sicilia, Padre Sebastiano da Gratteri per l’appunto, la cui storia rivela – secondo il  Professore Giovanni Sottile – “lo spessore di una Fede, che in P. Sebastiano poté esprimersi in un modo così eroico perché l’ambiente ne era compenetrato”.

A cui va aggiunta la presenza nel suo territorio di un monastero – quello dei Premonstratensi – più d’ogni altro vicino – come abbiamo potuto dimostrare – al Papa di Roma in un momento cruciale per la fede cristiana dopo la parentesi della dominazione islamica e critico per la Chiesa d’occidente in antitesi, in Sicilia, col patriarcato di Costantinopoli e divisa in se stessa da uno scisma (poco noto ma reale) tra il pontefice Innocenzo II e l’antipapa Anacleto II, primo artefice della incoronazione regale di Ruggero.

A quei tempi, quando Cefalù era il capoluogo morale del Regno, una tale posizione del paese non poteva non dargli prestigio. Che evidentemente, poi, sarebbe stato attribuito ai baroni di turno (di cui alcuni veramente prestigiosi)  nel successivo contesto feudatario prolungatosi fino alla costituzione del Regno d’Italia.

Quando però l’amministrazione civica gratterese s’impegnò perché fosse istituita la scuola pubblica nel luogo e col contributo finanziario del precedente feudatario. Segno, questo, di una coscienza civica abbastanza consapevole dei diritti acquisiti nel nuovo stato sociale e dell’importanza dell’istruzione nella direzione del progresso in ogni direzione, civile, economica e sociale.

A subire le conseguenze negative di un lungo dominio feudale, protrattosi in Sicilia fino diciannovesimo secolo, con appendici non certamente insignificanti nel secolo successivo, è stato il ceto proletario, sfruttato e vilipeso anche dalle ristrette categorie di persone che nell’ambito paesano avevano, spesso, grazie alla loro interessata docilità verso il potente di turno, acquisito un status di relativa agiatezza.

Conseguenza, ciò, di un latifondismo rapace verso i sudditi e largamente improduttivo. I cui effetti negativi si sono prolungati fino ai nostri giorni, anche grazie (per modo di dire) ad una riforma agraria tanto dispendiosa e sprecona sul lato amministrativo, oltre che ingiustamente benefica verso alcuni soggetti della casta clientelare, quanto insignificante nella sostanza.

Se è vero – come è vero – che la gran parte della popolazione agricola è fuggita a cercare altrove quel sostentamento che in relazione alle accresciute esigenze del tempo moderno era irraggiungibile nei campi. E di questo Gratteri ha pagato uno scotto di non poco peso. Soprattutto in termini di spopolamento.

Il dato numerico sulla popolazione residente è oggi al minimo storico.

Indagare sulle cause di un tale spopolamento esorbita da un discorso che voglia essere, come il nostro, al di sopra e al di là della cronaca recente. Riguardo alla quale non abbiamo né titolo né competenza per discettarne compiutamente.

Quel che ci pare importante è che sia evitato lo snaturamento sul piano civile come su quello religioso di una tradizione che, riscoperta tra le pieghe della storia, possa alimentare quel sano municipalismo votato al progresso tanto quanto sappia esprimersi sobriamente nelle forme e autenticamente nella sostanza.

Ecco il motivo di una nota come quella che ci è parso di dovere stendere: risvegliare il senso di una identità che, se scherzosamente possiamo accettare legata a quella di appartenere alla triade delle “male fiere”, ha una sostanza per cui non ci sarebbe bisogno di ricorrere a iniziative peregrine per un turismo consumistico al fine di elevare le sorti del nostro borgo.

Ma darsi da fare per cogliere i segni dei tempi favorevoli ad una rinascita dignitosamente produttiva.

A cura di Giuseppe Terregino

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