Sull’amaro monito di un monumento

Chiesa del Convento

O chiesa del convento
non mi par vero di vederti ancora
ritta al tuo posto in piedi,
e austera ancor che vecchia
coi muri decrepiti e muscosi.
Te ne stai in disparte
e sol di rado parte
prendi ai giochi dei fanciulli
sullo spiazzo.

Nelle sere di luna
racconti alle ombre dei martiri
che a fianco a te raccolti
volle pietà dei vivi
scolpita nel bianco marmo a memoria
del sacrificio loro
la tua storia di perfetta letizia,
quando al mattutino
un coro di poverelli scalzi
empia le volte tue di sacre lodi
e di santo amore
vibravano le canne dell’organo.

Li vedesti fanciulli
rincorrersi davanti a te
e agili arrampicarsi
tra le pietre grigie della montagna.
E tu pure piangesti
con la madre affranta
il giorno della ferale notizia
e spesso, pietosa, lei consolasti
genuflessa dinanzi all’altare
della Santa Vergine, invocante
l’abbraccio eterno col figlio
dilaniato dal mortaio
tra i sassi dell’altopiano del Carso.


Vetusto segno di salvezza eterna,
ancora tu resisti
alla feroce avidità del tempo
e vigile proteggi
questo povero gregge
di case accovacciate nella valle.

Giuseppe Terregino

«Dopo aver contemplato la bellezza del paesaggio di tutta questa zona, dove uomini e donne lavorano portando avanti la loro famiglia, dove i bambini giocano e gli anziani sognano…trovandomi qui, in questo luogo, vicino a questo cimitero, trovo da dire soltanto: la guerra è una follia». Così Papa Francesco al Sacrario Militare di Redipuglia in ricordo delle vittime di quella guerra iniziata cento anni fa che, per le dimensioni geografiche e la strage tanto “inutile” (come la definì Benedetto XV) quanto sterminatrice di vite umane, si connota con l’appellativo di Grande.

Lo stesso dovremmo dire dinanzi a ciascuno dei monumenti ai caduti di quella guerra, rivolgendo il pensiero grato e riverente alle giovani vite ridotte a nominativi incisi sul marmo, mentre si tratta di persone che «avevano i loro progetti, avevano i loro sogni…, ma le loro vite sono state spezzate» dall’umana follia, la quale, quando non ostenta l’alibi di ideologie atte a coprire interessi più o meno irrivelabili si trincera dietro la classica risposta di Caino: «Sono forse io il custode di mio fratello?».

Un pensiero, questo, ricorrente dinanzi al nostro monumento gratterese in chi ha visto i volti rigati di lacrime degli astanti alle cerimonie celebrative del 4 novembre; i volti dei congiunti privati in giovane età della carezza e del sorriso del proprio padre, marito, figlio o fratello dilaniato dalle armi belliche in quei luoghi dove il Papa ha voluto rappresentare il loro dolore, spesso misconosciuto o ammantato della retorica di maniera.

Posto accanto alla chiesa francescana del Convento, il nostro monumento fa sentire fortemente lo stridore tra l’anelito universale di pace, che questa chiesa rappresenta nel nome del suo titolare, e l’epitaffio di dedica, a piè del simbolo celebrativo della vittoria, che enfatizza l’alto valore morale dell’esperienza bellica; stemperando nel dichiarato compenso di gloria, inevitabilmente effimero anche se pronosticato perenne, l’amaro del tragico destino di tante dolorose vicende di vite spezzate, di speranze spente, di amori infranti, di alte potenzialità umane cancellate. Più appropriato ai nostri caduti ci sembra , invece, quello che Foscolo chiama «onore di pianti … ove fia santo e lagrimato il sangue per la patria versato, e finché il Sole risplenderà sulle sciagure umane». In aggiunta a quello della “madre affranta il giorno della ferale notizia”, come recita la riflessione in versi che ci piace riportare appresso perché perfettamente in linea con le considerazioni del Pontefice in un nostro immaginario dialogo con l’amata Chiesa del Convento.

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