Scienza e fede dopo l’avvento del coronavirus

Il tempo in cui viviamo è all’apice di una lunga stagione vissuta all’insegna di un progresso tecnologico, supportato dalla scienza, tale da rendere umanamente comprensibile «la fede in un progresso ininterrotto e continuo, che – come sottolinea Stefan Zweig – ha avuto la potenza di una religione»; tanto che «si è creduto a questo progresso forse più di quanto si credesse precedentemente alla Bibbia».

E non senza una ragione, aggiungiamo, come si evince dai seguenti fatti: oggi cade un diaframma davanti ai nostri occhi, domani il nostro sguardo si posa su cose che la luce della scienza ha liberato dalle tenebre in cui erano state nascoste per secoli; l’antico sogno di Icaro è realtà dei nostri tempi; la conquista dello spazio extra­terrestre procede con successo; la comunicazione digitale non conosce più distanze di spazio e di tempo.

La scienza non s’arresta, la tecnologia ha un ritmo di progresso vertiginoso e frenetico. La fantasia – come è ovvio – non resiste alla tentazione di andare più lontano della scienza e della tecnica: imma­gina attuabili e a portata delle umane possi­bilità conquiste un tempo ritenute pazze­sche.


Col risultato, piuttosto negativo sul piano epistemologico, di essere caduti – proprio in virtù della modificazione strutturale sia della vita privata sia di quella pubblica, indotta dalla fitta pioggia di tali innovazioni tecnologiche – nella «sensazione sempre più diffusa che la finalità della scienza consista nell’amplificazione senza limiti della sfera tecnologica e che, quindi, essa sia la fonte per la soluzione di tutti i problemi dell’uomo» (G. Reale).

Questo è, però, il lato caricaturale della scienza. Paradossalmente e solo per accidente sviluppatosi in conseguenza di quel metodo scientifico sorto nel 1600 per opera di Galileo Galilei. Il metodo, fondato sulla esperienza del mondo sensibile e non su ipotesi astratte riguardo alla consistenza dello stesso, che ha avuto il pregio di costituire una conoscenza affidabile, stante la individuazione in essa della causa sperimentalmente verificabile di una sempre più numerosa serie di fenomeni.

E tale perché connessa a una sintesi razionale di osservazioni non fugaci, ma impostate e condotte a mo’ di vere e proprie “interrogazioni” della natura materiale. Una sintesi, inoltre, matematicamente espressa a conclusione di una oculata attività di misura delle grandezze in gioco nel fenomeno in esame.

Questo metodo, però, non dà di per sé la possibilità di risolvere ogni problema con l’immediatezza di una bacchetta magica: ma di agire nella direzione giusta di fronte a un problema nuovo e con il procedimento adeguato per addivenire alla soluzione di esso. Ragione per cui, come era illusoria l’idea di una scienza onnipotente, non sarebbe giusto considerarla impotente quando – come sta avvenendo nell’attuale temperie determinata dal covid-19 – il metodo scientifico non consente di addivenire in tempi rapidi al termine di una situazione drammatica per molti versi insostenibile.

Perché ciò è dovuto al carattere sovrumano, date le conoscenze attuali in merito, dell’artefice di tanto male. In riferimento al quale, tuttavia, non sarebbe giusto negare che le conoscenze fino ad ora acquisite sulla natura di questi agenti microscopici infettivi, capaci di innescare processi pandemici di dimensioni planetarie, abbiano certamente consentito, mediante le misure adottate, di salvare moltissime vite umane e consentiranno agli scienziati di giungere, in un tempo ragionevolmente non illimitato, alla debellazione del virus attualmente attivo.

La scienza non è mai impotente nell’ambito dei limiti della sua conoscenza. Limiti che, però, sussistono e che il progresso tecnologico da essa promosso consente di spostare sempre più avanti ove si abbia l’accortezza e l’umiltà di riconoscerli. Come ci insegna il padre della scienza medica, Ippocrate (470-370 a.C.), il quale considerava conoscenza affidabile quella “ricavata da centinaia e centinaia di precise osservazioni cliniche, compiute non da una sola persona ma da più generazioni di scrupolosissimi medici”.

Oggi la medicina può giovarsi della collaborazione di scienze come la fisica e la chimica, adesso in grado di fornirle quel supporto tecnico inesistente al tempo di Ippocrate e dei suoi immediati successori. Nonché di fornire al ricercatore in contemporanea un numero di dati superiore a quello ricavato “da centinaia e centinaia di precise osservazioni”. Quale sarebbe quello reperibile dalla tecnologia del CERN di Ginevra, messa a disposizione della ricerca medica dalla Direttrice Paola Giannotti. Se finalmente si capisse che la ricerca in campo sanitario può raggiungere risultati rapidi e sicuri abbattendo le barriere poste da interessi particolari di potentati economici e da mire imperialistiche delle grandi potenze mondiali.

Questo non basterebbe tuttavia ad annullare quei limiti che la scienza non può non avere perché ontologicamente connessi – come è nel caso della scienza medica – all’essere umano riguardo alla conoscenza del mondo esterno. Adesso, per esempio, la polmonite si riteneva definitivamente debellata.

Ma ciò sembrava vero perché non si erano fatti i conti con quegli esserini, denominati virus, che si annidano in quel misterioso mondo submicroscopico, dove essi pullulano malgrado ai nostri sensi, pur col supporto dei più potenti microscopi elettronici, le sue dimensioni sembrino assolutamente  inospitali. Il che rende non del tutto impraticabile il ricorso ad una entità superiore – ovviamente per chi ci crede – perché la sua Sapienza scorti la scienza in tali oscuri meandri.

Un tempo, quando i nostri sensi non erano in grado raggiungere le profondità del mondo microscopico, un male improvviso, occulto nella genesi e inspiegabile nel diffondersi, come l’attuale processo pandemico, poneva l’essere umano nell’angoscia di non sapere a quale santo votarsi. Nel mondo cristiano si pensava anche (erroneamente) che si trattasse di una punizione dei peccati umani. Onde il ricorso ai santi perché intercedessero a favore dei peccatori pentiti e disposti a convertirsi, come testimoniano le preghiere e gli atti penitenziali compiuti. Dei quali fa menzione il poeta “zappatore” Carmine Papa nell’ode, carica di struggente patos, su “Lu colera di lu 1837”.

Questo adesso non può neppure pensarsi. Perché la scienza ha tolto il velo di ogni nascondimento alla genesi del morbo e al suo propagarsi. Ma la scienza non dà bacchette magiche che possano essere brandite all’occorrenza: dà regole sicure per attuare il procedimenti risolutivi dei problemi. Che possono essere più o meno laboriosi a seconda del grado di conoscenza  del contesto in cui debbano essere posti in essere. Il quale può essere imperscrutabile, com’è di fatto quel mondo submicroscopico in cui hanno vita i minuscoli agenti infettivi dell’attuale pandemia. Per cui risulta arduo coglierne l’identità al fine di inventare l’antidoto idoneo a debellarli.

Se qualcuno teme che la scienza sia impotente perché si prolunga l’attesa del rimedio, questi si sbaglia. Come sarebbe ingiusto chi dicesse che nulla sia stato fatto fino ad ora con le restrizioni praticate. E come ancora sarebbe presuntuoso chi ritenesse ingenuo invocare la protezione dall’alto per accompagnare l’impegno che occorre per addivenire alla soluzione auspicata.

Perché l’essere umano, quale che sia l’ipotesi sulla sua sostanza identitaria, ha certamente un lato esistenziale della sua vita  che si estrinseca in un ambito immateriale per  ciò che attiene alla realizzazione piena e completa della sua persona. Quell’ambito in cui ha ancora senso invocare dall’Onnipotente, tramite i suoi eletti, la luce della mente, il conforto del cuore, la speranza di una vita risanata e prospera.

Giuseppe Terregino

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1 thought on “Scienza e fede dopo l’avvento del coronavirus

  1. Di Maio Angelo says:

    Sono perfettamente d’accordo con quanto sapientemente esposto dal Prof. Terregino.
    l’unica osservazione che mi permetto di fare in questo momento pandemico è:
    << mi auguro per il futuro che alcuni scienziati facciano una profonda riflessione sulla propria arroganza del sapere e quando non sono sicuri abbiano il coraggio e l'umiltà di dire non lo so.
    Son di non sapere, diceva qualcuno che sapeva molto.
    Angelo Di Maio

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