Rifugio mistico contro l’alienazione consumistica

In questo angolo del bosco prossimo a Piano delle Fate c’è la sintesi lirica del mondo di ricordi e di pensieri che un gratterese si porta dentro anche lontano dal suo paesello. C’è il ricordo delle soste durante i pellegrinaggi alla Madonna, quando, ormai prossimi al Santuario ci si fermava un po’ per un atto di ringraziamento, quasi la Madre fosse scesa da lassù per sciogliere ogni dubbio sulla sua disponibilità all’ascolto.

C’è il ricordo della frugale colazione nella frescura del bosco, veramente salutare nelle giornate calde dominate dal solleone. C’è soprattutto l’atmosfera propria della devozione che si nutre di misticismo e di amore alla Madonna.

Non era senza un buon motivo spirituale che un tempo si veniva, spesso a piedi scalzi, a Gibilmanna: lo scioglimento di un groppo da lungo aggrovigliatosi nell’anima, l’ansia per una attesa ancora senza esito, la gratitudine per un nodo amorevolmente sciolto (almeno così credeva bene a ragione il devoto) dalle mani della Madre celeste.


Motivi questi che avevano bisogno di un attimo di raccoglimento profondo per sublimarsi in estasi di trascendenza. E qui, proprio accanto a questa edicola, tanto umile quanto preziosa per la memoria del felice approdo della statua della Vergine dalla spiaggia della Roccella, l’anima riscopriva la identità della propria fede, che il frastuono delle vicende mondane aveva distratto ed oscurato.

Oggi tutto è diverso. Gibilmanna è meta prevalentemente turistica, ricercata per la salubrità dell’aria, per l’incanto di un paesaggio ancora in buona parte risparmiato da devastanti intrusioni cementizie, per quei lembi di foresta vergine che tanta frescura danno al corpo e tanta pace allo spirito con il loro silenzioso ammanto, per quel cielo che nelle realtà non ha uguali, se non nel cielo (“cosi bello quando è bello”) trasfigurato dalla fantasia poetica di manzoniana memoria.

Adesso i luoghi più ricercati sono quelli che consentono una allegra ricreazione lontano dal traffico caotico e dal frastuono asfissiante della città. Ci sono – è vero – anche i momenti di ritiro spirituale. Ma anche questi sono organizzati e programmati in senso più consumistico che intimistico, anche se non evasivo ed alienante.

Ora siamo quasi alla vigilia della festa propria di Maria Santissima di Gibilmanna. Sarà, come sempre, una bella festa, ampiamente partecipata da tutte le comunità modonite e in massimo grado coinvolgente. Perché il sentimento religioso dalle nostre parti è ancora vivo e vitale. La gente accorre prevalentemente per spirito di fede e la devozione alla Madonna è profondamente sentita.

Non è inutile, però, volgere un tantino lo sguardo al passato per leggere nelle modalità espressive degli antenati il substrato di fede autentica, che non deve scadere nel folclore ma alimentare la inevitabile novità delle forme esteriori anche nelle pratiche di culto.

In questo ordine di idee la “tribunedda” che abbiamo riesumato dalla memoria del passato per additarla all’attenzione del presente vuole essere l’icona di una devozione che deve perpetuarsi nella sua autenticità se vogliamo evitare quello scadimento nel nichilismo cui inevitabilmente porta la temperie di edonismo consumistico del nostro tempo.

È grave infatti se si perde ogni motivazione del vivere coltivata dai nostri padri e se svanisce il senso della vita in prospettiva trascendente, perché così l’umanità si condanna al suicidio, estinguendo quella favilla di divino accesa sulla terra dal tocco magico (del dito di Dio col dito della creatura a sua immagine) immortalato da Michelangelo nella Cappella Sistina.

Rubrica a cura di Giuseppe Terregino

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