L’Abbazia San Giorgio non inserita nell’itinerario arabo-normanno dell’Unesco

A proposito della candidatura dell’itinerario arabo-normanno di Palermo, Monreale e Cefalù a Patrimoni dell’Umanità (World Heritage List) dell’Unesco pubblichiamo uno scritto di Giuseppe Terregino sull’Abbazia di San Giorgio di Gratteri, chiesa edificata durante il periodo della dominazione normanna.

Sebbene oggi ne rimangano solo dei ruderi la chiesa è una importantissima testimonianza di quel periodo; per questo appare inaspettato che si sia trascurato di citarla tra i siti dell’itinerario arabo-normanno.

L’Abbazia di San Giorgio fu fatta costruire dal Duca Ruggero II intorno al 1140 e affidata ai Monaci Premostratensi, che erano degli Agostiniani riformati provenienti dalla Normandia, i quali ebbero a Gratteri l’unico Monastero in Sicilia e uno dei 3 in Europa.


Il Monastero è sorto come priorato, ma verso il 1200 fu elevato ad Abbazia, come risulta dalla bolla “Religiosam Vitam” del Papa Innocenzo III del 1208.

Questa chiesa si può sicuramente considerare come una delle espressioni più alte dell’architettura romanica europea, al pari del Duomo di Cefalù.

In capite vallis solitariae, una hora distans ab oppido Gratteri, in montibus Siciliae, Dioc. Cefalù. Qui il Backmund situa, nel suo Monasticon Praemonstratense, la singolare e singolarmente importante abbazia premonstratense di Sicilia. Singolare perché unica del genere in questa regione; importante perché chiamata a svolgervi un ruolo non secondario nella capillare penetrazione del dominio normanno.

Non meno della storia politica è la storia dell’arte ad essere interessata a quello che resta dell’antica abbazia. Il Backmund, scrivendo a metà del secolo scorso (il Monasticon è del 1952), così si esprime in proposito: «Superest pulchra ruina ecclesiae, quae nunc tamquam ovile in manibus privatis pessumdatur, in extrema solitudine amoenissime sita»; dove, quel pessumdatur, che significa è mandato in rovina, contrapponendosi all’aggettivo pulchra, e all’avverbio amoenissime, che lo affiancano, esprime insieme un lamento accorato e una denuncia severa.

Fortunatamente oggi l’uno e l’altra hanno trovato ascolto e si è posto in buona misura rimedio allo scempio. L’Amministrazione comunale, infatti, dopo un lungo e laborioso iter burocratico, ha acquisito alla fine degli anni ottanta il rudere e un’ampia area circostante, su cui è stato operato un serio intervento di conservazione e di restauro.

Seppure poco significativi sul lato architettonico a causa delle loro ridotte dimensioni e della parziale presenza degli elementi caratteristici, i ruderi dell’abbazia di San Giorgio possono tuttavia rappresentare un punto di riferimento sicuro per una visione d’insieme completa e debitamente articolata di un contesto così ricco di conseguenze storiche e culturali quale fu per l’appunto quello della dominazione normanna in Sicilia.

La chiesa di San Giorgio in Gratteri è un bene culturale di non trascurabile valore, oltre che come oggetto di studio e di ricerca, anche, e non secondariamente, per la decantata bellezza del luogo in cui la vollero i suoi costruttori. Bellezza che va gelosamente salvaguardata e preservata da improvvidi interventi che ne possano in qualsiasi modo alterare lo stato naturale, a cui è inscindibilmente legato il pregio dell’antico manufatto.

Il complesso si presta bene ad essere valorizzato sul piano turistico. Ma non per farne punto di richiamo per un turismo di stampo consumistico. Si tratta, infatti, di un bene che non può essere apprezzato da globe-trotter svagati e senza meta, ma da chi concepisce e pratica il turismo come esperienza di vita per la vita. Il turismo auspicabile per San Giorgio è quel turismo detto di qualità, per significare l’intento di godere dei beni culturali in un’ottica di arricchimento interiore e non per gustare il sapore effimero del consumo. Un turismo che però non deve essere di élite; perché il piacere del bello non deve restare circoscritto ad una aristocrazia di conoscitori, ma deve diventare esigenza comune di una popolazione che voglia essere realmente e significativamente evoluta.

Giuseppe Terregino

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