La Grotta Grattara sintesi di natura e arte

La fine dell’anno, di ogni anno, apre la mente e il cuore del gratterese, ovunque egli si trovi, al ricordo di quella grotta che è stata il ricettacolo dei suoi sogni infantili. Certamente tale per quelli nati e cresciuti prima dell’avvento del consumistico Babbo Natale, il quale ha ridotto a nulla le munifiche vecchiette dispensatrici di doni, talora arcigne, altre volte bonarie, ma sempre attente alle richieste dei bambini.

La nostra era certamente arcigna. Occorreva, infatti, imbonirla a lungo col vespertino suono cupo e ripetuto del corno perché non mancasse all’appuntamento della notte di San Silvestro. Il richiamo efficace e insostituibile era quello di un corno di capra segato al punto giusto da un fabbro esperto.

Quello più esperto, consapevole della sua arte magica, a sua volta si faceva pregare a lungo dai ragazzotti per dotarli di questo rude ma accattivante strumento musicale. “Domani, domani”, egli rispondeva quasi sempre al ragazzo che gli domandava notizie in merito alla sorte prezioso corno. Per un domani che forse (ma non sempre) giungeva a ridosso dell’evento tanto atteso e agognato.


Però non è della Vecchia che vogliamo parlare qui. Ma della sua casa. Di quella casa che lei si era scelta andando in giro per il mondo perché attratta dal fascino del suo aspetto così miracolosamente bello all’esterno e in virtù del mistero di una fonte alimentata da un perenne gocciolio, che poteva essere una risorsa idrica immancabile nelle sue manipolazioni dolciarie a beneficio della clientela infantile.

Di questi “miracoli” è credibile testimone il frate Benedetto Passafiume, il quale cosi (nel 1645) si esprime in proposito: «Alla distanza di otto miglia verso occidente, alla falde del predetto monte risalta il borgo del castellare, famoso per il berillo, denominato Gratteri; ma anche Cratere dal monte Cratone, o, come altri preferiscono, dal cratere lapideo naturale situato in una vicina grotta, nella parte interiore della quale trovasi una colonna alta 16 piedi e larga circa 10, alla cui sommità c’è un’incavatura a forma di cratere prodotta e riempita da un perenne gocciolio di acqua».

E poi: «l’apertura, molto ampia, della grotta volge ad Aquilone (settentrione), da dove sono abbastanza illuminate le parti più interne (di essa), mentre anche verso oriente si slarga un’altra apertura costituita da un grande fornice di pietra sontuosamente costruito dalla natura».

Mi fermerei un istante su quell’avverbio, “sontuosamente”, che giustifica l’attrattiva che la grotta avrebbe esercitato sulla “Vecchia Strina”. E mi soffermerei per fare l’ipotesi, che può sembrare azzardata (e forse lo è veramente), di potersi annoverare quell’angolo delle due prominenze montuose che custodiscono la nostra grotta tra i beni protetti dall’Unesco.

Se l’ipotesi fa sorridere, non m’importa. Tanto la grotta si custodisce da sé, essendo inattaccabili dalle mani dell’uomo, oggi come non mai demolitore della bellezza, tanto l’apertura molto ampia che volge ad Aquilone, quanto la parte interna col suo inimitabile monumento litico, quanto il grande fornice che volge ad oriente, nel quale la natura ha dato il meglio di sé.

Ma senza volere esagerare, non si può certamente dire che Gratteri sia un paese povero di beni culturali se uno dei suoi, che non sono del tutto assenti, ne comprende e riassume molti costruiti dalle mani dell’uomo. Questa è la Grotta Grattara. Basta guardarne il sito dall’edicola dell”Ecce Homo, dopo il cavalcavia dello stradale per Gibilmanna, per coglierne tutta la inimmaginabile bellezza, soprattutto se la “primavera brilla nell’aria” – per dirla col poeta di nome Giacomo come il nostro Protettore – . Da lì si squaderna dinanzi allo sguardo un qualcosa che fa collimare la mente con la fantasia dei piccoli, quando ne fanno il ricettacolo dei loro sogni, e fa dare ragione agli storici – qual è il Passafiume – quando assimilano il toponimo di Gratteri alla particolarmente identitaria e beneamata grotta.

Rubrica a cura di Giuseppe Terregino

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