Il grande premio della montagna

Certo, sarà stato un caso. Mi riferisco alla coincidenza del traguardo del primo Gran Premio della Montagna del Giro d’Italia del 2008 con il punto più alto della strada provinciale tra Gratteri e Gibilmanna, dove è collocata una vecchia cappella rustica dirimpettaia al vicino Santuario, che da qui risalta a mezza costa sotto il pizzo Sant’Angelo.

La scelta degli organizzatori del Giro è stata fatta per ragioni tecniche, essendo i quasi quattordici chilometri di incessante ascesa da Lascari a questo punto (810 metri sul livello del mare) ben adatti a sondare le potenzialità degli scalatori.

Ma per chi di quel luogo ha fatto il centro del proprio orizzonte di vita e da appassionato spettatore di gare ciclistiche (anche se assolutamente negato all’uso della bicicletta) ha sempre identificato il meglio del ciclismo con le scalate, tanto più belle e appassionanti quanto più aspre e faticose, quasi metafora della vita, sempre in salita, verso la cima della perfezione, una tale coincidenza non può non avere anche un significato ascetico.


Legato al fascino di un rudere all’apparenza insignificante, ma da ritenersi un vero monumento storico come segnale di un legame secolare tra il paese di Gratteri e il suo santuario mariano. Suo per molte ragioni di là dalla distanza minima rispetto ai centri confinanti e l’ascendenza dell’annesso convento a un gratterese fedele seguace del Poverello di Assisi.

Fissato proprio alla “Tribuona ranni” – come viene denominata l’edicola nel nostro dialetto – , tale Gran Premio evoca alle persone anziane ma fresche di memoria quello che sembrava essere per loro questo punto quando «si andava alla Madonna per trazzere / in comitiva sempre / salmodiando». Sovente anche a piedi scalzi per sciogliere un voto o implorare una grazia a lungo attesa. Non c’era ancora la strada asfaltata, che venne a soddisfare un desiderio atavico dei gratteresi a metà degli anni cinquanta del secolo XX. E perciò il premio della salita, al culmine di una mulattiera alquanto sconnessa, era la conquista di un panorama incomparabile, che dava al pellegrino quel senso di infinito proprio di un amore in cui – per dirla con Leopardi – era dolce il naufragare.

Dal mare, appena intravisto in lontananza ad est verso Cefalù, al pizzo Sant’Angelo, a fronte dello sguardo, col santuario ben emergente dalle fosche pendici boscose, quasi a rincuorare per la prossimità della meta, alle Madonie imponenti nella loro mole protettiva della ampia vallata castelbuonese, alle vicine asperità rocciose della Purace: tutto qui colmava, e ancora colma, il cuore di commozione e di speranza.

Questi “viaggi” verso il Santuario, proprio per le difficoltà che si dovevano superare, non erano consueti come sono oggi le sortite in macchina verso Gibilmanna intesa come meta di svago. Ma il gratterese onorava pure allora con la sua non sporadica frequentazione la particolare attrattiva di questi luoghi, che gli derivava dall’indimenticato transito per Gratteri, con grande seguito di gente, del simulacro della Vergine prelevato dall’eremita Giuliano de Placia dalla spiaggia della Roccella.

E proprio perché nessuno potesse dimenticare questo gioioso evento, che veniva interpretato come segno di una incomparabile predilezione, vennero erette le “tribuone”, la “nica” e la “ranni”, a rimarcare le tappe per il riposo delle mule che trainavano il prezioso carico. Mentre si tramandavano di genitori in figli detti sulla particolare attenzione della Madre Santissima verso i figli di Gratteri. Come quello riguardante la prodigalità della Vergine il giorno della festa della sua Assunzione al cielo: «cu vuoli grazii e a Maria ci l’addumanna, issi pi mienz’austu alla Madonna».

Quella di mezzo agosto era allora solo festa religiosa. E Gibilmanna ne era il luogo della maggiore celebrazione nel nostro circondario. Fortunatamente questa memoria non si è ancora spenta e sono moltissime le torme di gente che accorrono da ogni dove, soprattutto delle Madonie, per omaggiare la Madre celeste nel giorno in cui si celebra la realizzazione in Lei della fondamentale speranza cristiana.

Ora la nostra “tribuona” è quasi una chiesetta, perché vi si custodisce, protetta da un cancello, una immagine della Madonna. Non era così in passato, ma il sito ha avuto sempre il carisma della sacralità, oltre che per la memoria storica del sacro transito del 1534, per la posizione eminente, che consente di dominare lo spazio circostante pressoché a 360 gradi, quasi rapiti, in atteggiamento di contemplazione mistica, verso una dimensione trascendente.

Quel carisma che vorremmo fosse ancora additato dalla umile ma insostituibile e inalterabile vedetta, la tribuona ranni, come il vero grande premio della montagna.

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