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Si racconta che... : Il Barone usurpatore e il Vescovo santo - A Cura di G. Terregino
Inviato da Dario Drago il 17/11/2017 17:10:00 (1720 letture)

Il Barone usurpatore e il Vescovo santo - A Cura di Giuseppe Terregino


Nicolò de Burellis - Gratteri - Ventimiglia



Nella rassegna dei vescovi di Cefalù stilata da fra’ Benedetto Passafiume (v. De origine ecclesiae cephaleditanae, Venezia 1645) è citato un caso che fa cadere un’ombra sul paese di Gratteri. Il caso è quello del vescovo Nicolò de Burellis (vescovo della diocesi dal 1353 al 1359), del quale mons. Giuseppe Misuraca, nella Serie dei vescovi di Cefalù, sottolinea che fu «uomo di santa vita e di grande rettitudine. Per aver difeso i diritti della sua chiesa contro il Barone di Gratteri, che voleva usurpare il feudo della Roccella, fu cacciato dal suo Palazzo e chiuso nella prigione di Gratteri, dove morì il 1359 in fama di santità».

La triste vicenda è così narrata dal Passafiume nel citato volume – donde l’ha attinta il Misuraca - alla pagina 68: «Nicolò, uomo molto pio e in fama di santità, fu assunto alla chiesa di Cefalù sotto il sommo pontefice Innocenzo VI, ed essa egli guidò con straordinario zelo, come dimostra il fatto che ne fu acerrimo difensore e per lei ebbe a subire diverse traversie, specialmente perché non volle acconsentire alla alienazione della Roccella e per questo, vessato da afflizioni nelle carceri fuori di Cefalù, dopo un irreprensibile ministero pastorale si addormentò nel sonno di una santa morte. Ma ritrovato genuflesso con la faccia rivolta verso il cielo, venne trasferito e sepolto presso il seggio vescovile nel coro della cattedrale, dove rimase fino al 1642, quando il vescovo Corsetto curò che fossero esumate le ossa del suo scheletro, che fece conservare nella sacrestia. (Nicolò) resse la Chiesa, munendola di santissimi esempi per 17 anni».

Dopo la lettura del precedente passo, un gratterese si pone la domanda sulla fede dei propri antenati. Ma questi non c’entrano per nulla nella vicenda che abbiamo narrato. Essa è stata una bega, con finale tragico, fra il feudatario del luogo, Francesco II dei Ventimiglia, e il vescovo di Cefalù, la cui colpa era solo quella di difendere il patrimonio della sua chiesa di provenienza regia. Allora, sotto il regno di Federico III di Aragona (1355-1377), “i baroni – come dice Jean Huré (Storia della Sicilia, ED.RI.SI, Palermo 1982, p.90) – erano i padroni dell’isola. … Il popolo sprofondava nella miseria e l’Isola nell’anarchia feudale”. La Sicilia era straziata soprattutto “dalla sanguinosa rivalità tra le grandi famiglie, i Palizzi, i Ventimiglia, i Chiaramonte, gli Alagna”. Non contava neppure il re. Pensiamo un po’ se potevano contare i poveri sudditi di questi grandi e potentissimi feudatari che su di essi avevano diritto di vita e di morte.

Il barone che spadroneggiava a Gratteri era Francesco II Ventimiglia. Egli, oltre che barone di Gratteri, Conte di Collesano e sesto conte di Geraci, dopo la morte del fratello Emanuele che di questa contea era stato, come primogenito di Francesco I, il titolare, era anche Gran Camerario del Regno di Sicilia e sarebbe diventato Vicario del Regno medesimo nel 1377. La povera gente di Gratteri non c’entra per nulla nella vicenda criminale dell’assassinio del vescovo. Era, invece, di certo presente quando – come dice mons. Misuraca nel luogo citato - «il suo corpo venne trasportato con grande concorso di popolo nella cattedrale di Cefalù e sepolto sotto il solio vescovile, con l’indicazione di una semplice croce di porfido».

Purtroppo chi conduce il carro della storia non può o non vuole avere scrupoli umanitari: la conquista e il mantenimento del potere si fondano sulla categoria del cinismo. Quando si insedia un regime di governo, questo tende sempre a consolidarsi per durare il più a lungo possibile e a tal fine utilizza il suo potere, senza scrupoli di sorta. Non fa eccezione il regime feudale, che si instaura in Sicilia nel XIV secolo e, favorito dalla debolezza del regno dei successori di Federico d’Aragona, si rafforza surrogando lo stesso potere regio e dura fino al secolo XIX con strascichi di mentalità fino ai nostri giorni. «È questo – dice ancora lo Huré – il grande dramma della storia della Sicilia, uno dei drammi della storia dell’Italia moderna; nel momento stesso in cui si assisteva nell’Italia del Nord alla liquidazione del regime feudale, la Sicilia e tutto il Sud vi si sistemavano per secoli».

Evidentemente le storture dei regimi non vanno trasferite ipso facto su tutti gli individui che ne hanno detenuto il potere. Pure nel regime feudale – e noi ne abbiamo avuto qualche esempio pure a Gratteri – si incontrano personalità positive sotto l’aspetto dell’esercizio di esso. Precisato questo, va ribadito che non è certo giustificabile quella prepotenza di cui è stato incolpevole vittima il vescovo de Burellis. Ragione per cui per i gratteresi il carcere del castello dei Ventimiglia, benché ormai ridotto a una realtà del tutto virtuale, deve avere anche il significato di monito contro il dispotismo del potere, che non giudica e condanna secondo giustizia, ma soprattutto in funzione del tornaconto di chi comanda.


 

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Si racconta che... : San Gregorio Magno a Gratteri - a cura di Giuseppe Terregino
Inviato da Dario Drago il 10/10/2017 15:20:00 (1231 letture)

San Gregorio Magno a Gratteri - a cura di Giuseppe Terregino


San Gregorio a Gratteri


Come ben sappiamo, nel Santuario di Gibilmanna è esposto in bella evidenza il ritratto del papa San Gregorio Magno. E questo perché, secondo una delle ipotesi che fa riferimento alla sua fondazione di alcuni monasteri benedettini in Sicilia, prima di salire al soglio pontificio, tra queste istituzioni sarebbe da annoverarsi anche il monastero di Gibilmanna; il quale - come è risaputo – precedette di parecchi secoli l’attuale convento francescano, sorto nel 1535, mentre il monastero benedettino databile all’epoca di San Gregorio sarebbe stato fondato alla fine del VI secolo, dato che proprio nel 590 il santo Papa venne eletto come successore di San Pietro.

Di queste notizie dà testimonianza anche fra’ Benedetto Passafiume nel suo compendio sulla origine della chiesa di Cefalù, dove – secondo lui - a rafforzare l’ipotesi anzidetta concorrerebbe l’evento della «celebrazione di un grande giubileo nel giorno della festa del medesimo Gregorio, col concorso delle popolazioni limitrofe di Cefalù, Castelbuono, Isnello e Gratteri, le quali dopo avere ricevuto devotamente , …, il sacramento della Santissima Eucaristia in questa chiesa, accedono a una chiesa quasi diroccata baciandone con devozione i muri, ritenendo per certo che ivi San Gregorio avesse scelto di porre la sacra cappella, la residenza e l’oratorio».

Quanto fin qui detto basterebbe per confermare la vicinanza del nostro paese a una figura di papa cosi eccelsa quale fu quella di san Gregorio, il quale, pur in un momento certamente non facile della vita ecclesiale e sociale dopo la caduta dell’impero romano d’occidente e il conseguente succedersi di invasioni barbariche, lasciò una traccia indelebile del suo governo accorto e lungimirante e contributo storico non meno importante anche con riferimento al vigore che seppe infondere alla preziosa eredità di San Benedetto, di cui tutti sanno quanto preziosa sarebbe stata per evitare il decadimento delle istituzioni civili e il degrado dell’assetto sociale in conseguenza della caduta del potere imperiale di Roma. Ma c’è una piccola cosa che si aggiunge a questa vicinanza, un forse sconosciuto dato storico, di cui fa cenno il Passafiume, che farebbe essere il nostro paese protagonista della devozione all’inclito seguace del Nursino. Ed è il dato di fatto – riferito dal Passafiume - dell’esistenza a Gratteri (nel 1645) del rudere di «una chiesa dedicata a San Pietro, che la tradizione vuole che sia stata consacrata da San Gregorio ed è destinataria di una grandissima devozione, specialmente nel giorno della ricorrenza del Santo Pontefice».

Questa devozione fa tutt’uno con quella di Gibilmanna se si tiene conto del fatto che esse si unificano nella persona di Padre Sebastiano, insieme gratterese e fondatore del convento cappuccino di questo luogo, che si è nutrito, insieme al latte materno, anche con la devozione al Pontefice benedettino, pure lui con una forte ascendenza siciliana, se è vero – come è vero – che le sue fondazioni in Sicilia miravano alla valorizzazione in senso ecclesiale della eredità materna. Ciò, però, non può essere una conferma, sul lato strettamente storico, della fondazione da parte di San Gregorio del cenobio benedettino di Gibilmanna, né della sua reale presenza a Gratteri. Ci vuole ben altro per fare una affermazione così impegnativa sul conto di una persona di tanta importanza storica. Il dato di fatto, tuttavia, di una sua inveterata presenza spirituale nel nostro territorio non può considerarsi insignificante, perché dona forza alla congettura di uno stretto legame di questa terra col Papa di Roma, che non poté essere né sciolto né indebolito dal lungo primato del patriarcato di Costantinopoli, che imponeva alla Sicilia il rito greco-bizantino, o dal successivo dominio arabo prima del ripristino del legame con Roma ad opera dei Normanni.

La storia di Gratteri prima della sua appartenenza alla baronia e poi al principato dei Ventimiglia, proprio grazie a questa inveterata presenza spirituale, non è da considerarsi preistoria, ma storia vera di una comunità adulta sul piano della fede religiosa e forse anche della vita civile. Non abbiamo documenti validi e inoppugnabili per affermare questo, ma la presenza, seppure solo in spirito, di questo Padre della Chiesa, la cui statua, con quelle di Ambrogio, Agostino e Girolamo, decora il frontale della cattedrale di Cefalù, fa legittimamente spostare indietro di secoli l’avvento della civiltà cristiana nel nostro territorio.


Giuseppe Terregino


 

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Si racconta che... : Le vaghe donne gratteresi - a cura di Giuseppe Terregino
Inviato da Dario Drago il 8/3/2017 12:53:56 (1856 letture)

Le vaghe donne gratteresi - a cura di Giuseppe Terregino


Le vaghe donne gratteresi



Più non s’odono /gaie voci di donne/al fiume di Santo Nicola,/né canti di dolci fanciulle/e di spose novelle/all’acqua della Fontana Grande. Questi sono i primi versi di un modesto componimento datato al 1968, che in qualche modo evoca, nella rimembranza del canto delle dolci fanciulle, il “sonavano le vie d’intorno al tuo perpetuo canto” in A Silvia di Giacomo Leopardi. Che salto di qualità! Tale da vergognarsi nel parlarne. Da parte dello sprovveduto autore dei versi sopra riportati, ovviamente. Non certo perché le fanciulle lodate nei medesimi versi non ne fossero degne. Si trattava infatti delle giovani donne del nostro paese, le quali, pure scontando la pena di un vivere gramo e senza i confort che la tecnologia di oggi consente alle donne, nella lunga attesa che il misero filo del prezioso liquido riempisse la brocca di terracotta o il secchio di lamiera avevano la lena di cantare, con animo grato e speranzoso, un inno alla primavera. Oppure di ciarlare gaiamente da buone comari sacramentali o soltanto di “mazzetto”, come si nomavano quelle che avevano stretto la “commaranza” con un mazzolino di fiori donato all’amica del cuore a San Giovanni e un altro contraccambiato da questa nel giorno di San Pietro.

Bei tempi per un anziano. Ma non tanto belli per chi doveva, col tempo buono o brutto, andare a lavare i panni al fiume, come veniva denominato quel torrentello che d’estate solo dall’area di “Santanicola” in su poteva essere una appena sufficiente risorsa per il bucato. E non c’era solo questo da fare per le donne. Erano appunto loro che dovevano provvedere alle pulizie domestiche, che andavano dalla spazzatura al lavaggio dei pavimenti, fino a qualche metro quadrato fuori dell’uscio, della cui nettezza le gratteresi erano zelanti quasi fosse il biglietto da visita per accreditare la pulizia interna della abitazione. E ancora loro si incaricavano di imbiancare le pareti interne ed esterne della casa. Operazione assai laboriosa, che però esse svolgevano con una solerzia da imbianchine di mestiere.

Il pane allora si faceva in casa. Ed erano pure le donne ad occuparsene. Con vero sacrificio, perché l’impastamento era faticoso, come laboriose erano la preparazione del forno e la raccolta della brace, che veniva racchiusa in contenitori adatti, gli “stutabrace”, e conservata per l’inverno, quando si aggiungeva alla carbonella fatta apposta per il riscaldamento degli ambienti abitati. Allora non c’erano ne’ termosifoni né stufe di alcun genere. L’unico dispositivo adatto era il braciere, la cui cura era quantomeno fastidiosa, sia per la manutenzione dello stesso, sia per l’accensione della carbonella come per la cura del fuoco volta a ottenerne efficacia ed efficienza.

Ma non tutte le donne avevano – chiamiamola così - la fortuna di limitarsi ai lavori domestici. Erano tante quelle che dovevano aiutare gli uomini di casa nei lavori agricoli. Soprattutto quando nella famiglia non c’erano figli maschi. E in ogni caso era compito proprio delle donne la raccolta delle olive, a drupa a drupa, senza teli e macchine raccoglitrici.

Come si vede non era facile la vita delle donne allora. I canti delle dolci fanciulle e delle spose novelle alla Fontana Grande erano un inno alla vita che nell’adolescenza si proiettava, in virtù anche delle illusioni amorose, nel “vago avvenire” - come dice Leopardi - che ogni ragazza “in mente aveva”. Ma neppure oggi le donne hanno raggiunto una condizione di vita del tutto gratificante. E il ricordare le pene del passato non vuole essere un rimprovero alle donne del presente per sollecitarle a fare di più di quello - cosa abbastanza rilevante - che esse fanno. I vantaggi che la tecnologia offre loro nell’esercizio delle pratiche casalinghe non le ripaga affatto delle violenze che subiscono in casa e fuori casa, quando non si tratta anche di vessazioni continuate e discriminazioni nei luoghi di lavoro.

Il riandare con la mente al passato vuole essere nel nostro caso un doveroso omaggio alle donne gratteresi che nell’ombra e nel silenzio hanno contribuito alla riuscita delle odierne generazioni. Hanno contribuito e sono state spesso protagoniste, ma non sempre sono state trascurate o sottomesse. Il maschilismo – è vero – è stata una nota saliente del costume; ma non è tutto vero quello che in proposito è stato pubblicizzato, soprattutto dalla cinematografia. Nel nostro ambiente le donne, nella generalità dei casi, hanno ricevuto il riconoscimento dei loro meriti oltre che rispetto della loro dignità. Erano additati con disprezzo gli uomini che malmenavano le proprie mogli. Ed era forse l’attesa e la speranza di una vita coniugale felice, al di là delle ristrettezze e della fatica del vivere quotidiano, che spingeva le ragazze a festeggiare il loro tempo migliore cantando alla primavera quando questa brillava nell’aria ed esultava per i campi.


Giuseppe Terregino




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Si racconta che... : Ciccannino
Inviato da Piero Cirincione il 26/10/2003 9:40:00 (1851 letture)
Si racconta che...

L'orologio di Gratteri, alle 4 del mattino, suona i normali quattro rintocchi
per poi proseguire con altri cento, questo scampanio
ha un nome particolare?Ciccaninu?.
Tanti anni fa, quando si ci alzava molto presto per andare a lavorare nei campi,
si racconta che a Gratteri vi erano due fratelli, Cicco e Nino, che venivano svegliati
dalla madre al mattino presto: ?Ciccu,Ninu,Ciccu,Ninu...?
Da allora i cento rintocchi ?du ruoggiu?che ricordano la voce di quella madre,
vengono chiamati ?Ciccaninu?.

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Si racconta che... : Cumpari Iaddu e Cumpari Surci
Inviato da Piero Cirincione il 18/10/2003 2:07:58 (3546 letture)
Si racconta che...

C'ieranu 'na vuota cumpari Iaddu e cumpari Surci.
-Cumpà, ci viniti ca ni ni iamu a minnulicchi -ci dissi cumpari surci a cumpari Iaddu- accamuora è tempu di miennuli.
-Va beni cumpari Surci, amunì a minnulicchi.

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Si racconta che... : Na vota c' éra ....
Inviato da Piero Cirincione il 14/10/2003 9:55:01 (1713 letture)
Si racconta che...

Na vota c' éra un vecchiu cu scappularu vecchiu, ci iu pi dari un puntu, aspetta ca tu cuntu.

Questa filastrocca veniva recitata, una volta, dai nonni ai bambini che volevano raccontata una favola Gli anziani, magari a causa di qualche malanno dovuto alla vecchiaia, ricorrevano ad essa esaudendo così, il desiderio dei bambini ed evitando di stancarsi troppo nel raccontare una storia.

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