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Notizie : Nobile Gratterium tuere - di G. Terregino
Inviato da Dario Drago il 5/10/2019 9:40:00 (319 letture)

Nobile Gratterium tuere - di G. Terregino


terregino


L’aggettivo di nobile associato a quello che si è ridotto a un minuscolo comune (forse anagraficamente il più piccolo) delle Madonie è sembrato, anche a noi gratteresi, un controsenso. Tanto che si era soliti tradurre il “TUERE” del blasone gentilizio, posto in mano – secondo la tradizione – ad uno degli angeli presenti nella edicola delle Sante Spine come invocazione protettiva, con l’amara constatazione di “TU ERI”. Quasi a richiamare un passato glorioso per attenuare la tristezza dello stato presente. La frase completa, nella forma originale, così suonava: “TUERE NOBILE GRATTERIUM”, che in italiano va tradotta nella preghiera: proteggi il nobile oppido di Gratteri. Oppido perché città fortificata. Con la precisazione che l’aggettivo nobilis (nobile nel genere neutro) in latino non ha il senso da noi attribuito di aristocratico, ma piuttosto quello dinoto, celebre, rinomato, ecc. . Nel quale senso ci sembra pertinente al nostro paese. Perché in passato non dovette essere quel nascosto, invisibile villaggio quale viene descritto dal noto poeta di origine gratterese, Giuseppe Ganci Battaglia, nel suo sonetto (uno dei più belli della poesia siciliana) sul suo paese paterno: ammucciateddu ‘ntramuntagni e sciari.


Al contrario, infatti, il Passafiume, autorevole storico cefalutano, famoso per avere tracciato il percorso della Diocesi di Cefalù dalle origini fino alla data (1645) del suo prezioso volume sul tema, al volgere dello sguardo sulla parte occidentale della Diocesi, extat, egli dice, Oppidum, Berillo nobile,Gratteriumnuncupatum. Ove, più che sull’aggettivo nobile, in questo caso proprio nel significato di famoso (per il Berillo), ma sul verbo extat (indicativo del verbo latino extare), che significa “spicca” o s’impone alla vista, sta l’importanza attribuita al nostro paese. Il quale era allora il capoluogo (e per questo motivo degno di attenzione) di una baronia di notevole peso nella Sicilia governata di fatto dalle famiglie feudatarie, delle quali quella dei Ventimiglia non era certamente di minore lustro.


Una baronia, la nostra, nata come frazione della contea di Collesano, a sua volta sorta da una divisione della contea di Geraci, che era via via cresciuta in prestigio con l’aggiunta di due titoli, uno baronale (di Santo Stefano di Quisquina) e uno principesco (di Belmonte). Di essa la sede di Gratteri era stata prima unica e, dopo le dette aggiunte, privilegiata come residenza post mortem. Di cui sono testimonianza visibile la lapide prossima all’altare maggiore della chiesa di Santa Maria di Gesù (detta del Convento) e le due tombe presenti dietro l’altare maggiore della Matrice Vecchia, nelle quali riposano le spoglie della baronessa Maria Filangeri e del nipote Gaetano (principe di Belmonte), assai benvoluto dai gratteresi, al quale si fa risalire la fondazione del paese di Lascari.


Di quest’ultimo (scomparso nel 1724), ci piace ricordare il ruolo avuto, in quanto barone di Santo Stefano e quindi signore del luogo, nella edificazione del santuario a Santa Rosalia nella terra della Quisquina, dove la vergine palermitana si era rifugiata, essendo il padre signore di quella terra, trovando – secondo il lessico di Camilleri – «il posto ideale per preghiere, contemplazioni e macerazioni senza aviri un’anima criata torno torno». (Le pecore e il pastore, Sellerio, 2007).


Un richiamo questo che ci dà in certa misura l’idea del passato prestigio, pur nello stato servile di un contesto feudale,di un paesello oggi ritenuto insignificante. Un altro segno più rimarchevole è quello di una via di Palermo intitolata a Giuseppe Ventimiglia, principe di Belmonte, del quale si legge in Wikipedia che in qualità di «membro del Parlamento del Regno di Sicilia, collaborò validamente con Paolo Balsamo e suo zio, Carlo Cottone principe di Castelnuovo, a migliorare la qualità della vita dei siciliani ponendo fine al feudalesimo». Una menzione, questa, che dà la misura del potere politico dei baroni di Gratteri anche se sotto altro titolo più prestigioso.


Ma Gratteri non è stato solo il capoluogo della Baronia dei Ventimiglia. Prima di questo ruolo il paese non dovette essere del tutto sconosciuto se è vero – come è vero – che fu scelto dal primogenito di Ruggero II come sede, nel suo territorio, di una abbazia, quella dei Premonstratensi, atta a sancire, per le peculiarità di questo ordine monastico apprezzate dal pontefice romano, il riconoscimento da parte del papa Innocenzo II di Ruggero come re di Sicilia, avallando così, alla luce dei nuovi fatti acclarati dal trattato di pace di Mignano nel 1139, quella incoronazionein precedenza (1130) ottenuta per mano dell’antipapa Anacleto II.Tale evento cambia sostanzialmente il ruolo di Ruggero II nello scacchiere mediterraneo, dando una svolta significativa a quello che viene definito il Cammino dei Normanni da Cefalù a Monreale, nel quale – come abbiamo detto in altra occasione – l’abbazia di San Giorgio in Gratteri oltre che singolare nel suo genere, sarebbe, se ci fosse la volontà politica di far valere un tale titolo, da considerarsi una ineludibile pietra miliare.


Può sembrare esagerato. Ma l’evento anzidetto garantisce più d’ogni altro l’aggettivo di “nobile” nel senso latino del termine con riguardo al paese di Gratteri, perché lo pone come punto di riferimento ineludibile non della storia locale o circondariale, ma della grande storia dell’Europa.


Altro punto significativo di un tale attributo è l’avere esso dato i natali ad un umile fraticello, Padre Sebastiano Majo, il quale in un momento drammatico della storia della Chiesa, lacerata dalla riforma protestante e travagliata al suo interno da una indifferibile opera di radicale rinnovamento, seppe fare una scelta destinata ad avere conseguenze non irrilevanti anche in sede locale se un senso ha avuto, come certamente l’ha avuto, l’avere egli abbracciato da protagonista in Sicilia il lato più serafico della riforma dell’ordine francescano e fondato un convento dei frati minori riformati (detti poi cappuccini) in quello che era stato un cenobio benedettino, portando a Gibilmanna anche la devozione a San Gregorio, già coltivata a Gratteri nella chiesa di San Pietro, consacrata – secondo la testimonianza del Passafiume – proprio dallo stesso santo prima della sua elezione al soglio pontificio.


In questo caso Gratteri come cittadinanza c’entra, perché – come ha fatto rilevare– il Prof. G. Sottile «le pagine dedicate al Fondatore del Convento di Gibilmanna, P. Sebastiano, sono un doveroso tributo a un concittadino tanto umile quanto illustre, ma pure sottolineano lo spessore di una fede, che in P. Sebastiano poté esprimersi in un modo così eroico perché l’ambiente se ne era compenetrato»


Ecco il senso più vero di quel “nobile” riferito a Gratteri, perché legato a una fede di cui l’ambiente si era compenetrato. Speriamo che non se ne perda la memoria.


GIUSEPPE TERREGINO


Giuseppe Terregino

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Notizie : 1870, Gratteri da suddito a sovrano - Di G. Terregino
Inviato da Dario Drago il 4/10/2019 10:00:00 (224 letture)

1870, Gratteri da suddito a sovrano - Di G. Terregino


terregino


«Il Sindaco intentava causa per il mantenimento degli obblighi statutari e nel 1870 otteneva una sentenza favorevole che condannava i Belmonte alla consegna degli immobili e al pagamento degli arretrati, oltre ad un assegno annuo di £1200». Cosi Lucia Caminiti alla pagina 37 del suo documentatissimo volume Educare per amore di Dio, edito da Rubbettino nel 2005, dove si tratta dei “Collegi di Maria tra Chiesa e Stato”, con particolare riferimento alle leggi di soppressione dei beni ecclesiastici all’indomani della costituzione dello stato unitario.Nei confronti della quale il paese di Gratteri non era stato assente, anche in virtùdella vicinanza alla cellula irredentista della vicina Cefalù, come testimonia la partecipazione di un suo figlio, Giuseppe Bonafede (Gratteri, 1831), alla spedizione dei Mille.


Ma il commento dello stralcio del volume di L. Caminiti esige un lungo passo indietro, fino a quando – come leggiamo nel prezioso volume su Gratteri dell’architetto Pina Di Francesca, edito da Flaccovio (PA) nel 2000 – «Sotto il regno di Alfonso di Aragona (1416-1458), in un mutato quadro generale, inizia la baronia di Gratteri». Quando già con Martino il Vecchio, succeduto per ironia della sorte al figlio Martino il Giovane, “da allora, la Sicilia perdeva ogni autonomia e diventava una dipendenza spagnola” (v. J. Huré, Storia della Sicilia, ED.RI.SI., Palermo 1982). In un contesto nel quale, per dirla proprio con lo Huré, “nel momento stesso in cui si assisteva nell’Italia del Nord alla liquidazione del regime feudale, la Sicilia – e tutto il Sud – vi si sistemavano per secoli.


Quattro secoli con riferimento a Gratteri, sotto il dominio incontrastato dei Ventimiglia. Fino a quando (1812), anche per merito di uno di costoro, Giuseppe Ventimiglia, sotto il titolo di principe di Belmonte, che fa dimenticare il titolo minore di barone di Gratteri, del quale egli poteva legittimamente fregiarsi, con la costituzione del Regno di Sicilia si pose fine al feudalesimo.


Si trattò, come è risaputo di un atto formale e, per quanto riguarda il re Ferdinando, purtroppo anche temporaneo, fino al suo ritorno a Napoli liberata dal francesi e alla costituzione del Regno delle due Sicilie. Nella sostanza in Sicilia non mutò nulla e il vecchio regime persistette fino alla annessione della nostra regione al costituito Stato unitario.


Abbiamo citato uno dei baroni di Gratteri degno di memoria per le sue benemerenze. Ma questi non fu l’unico. Anche tra i suoi predecessori si trovano personaggi capaci di farsi amare da sudditi. Del loro governo vi sono tracce epigrafiche fino alla data del 1744, che compare sulla lapide commemorativa del Barone Gaetano, nella quale si legge un elogio meritevole di memoria: «D. Gaetano di Ventimiglia e d’Afflitto, principe di Belmonte, barone di Gratteri e di Santo Stefano, giunse alla fine dei suoi giorni il 23 luglio 1724 a 62 anni di età, dopo una vita di assoluto celibato, durante la quale tuttavia ebbe molto cari, in luogo di figli, i poveri e i bisognosi, che sostenne a proprie spese con somma generosità».


Con tale lapide sembra concludersi la storia gratterese dei Ventimiglia. Che però continua sotto altro titolo.Dopo l’elevazione al rango di principi di Belmonte, i baroni di Gratteri avranno proprio in quest’altro luogo la residenza ufficiale e il domicilio di fatto.


Tra costoro, «Per la sua munificenza – come si legge nel citato volume di Pina Di Francesca – si distinse Giuseppe Emanuele Ventimiglia, principe di Belmonte Mezzagno, che prendendo a cuore l’iniziativa di assicurare opportunità educative alle ragazze indigenti del paese, a più riprese, nel 1765 e nel 1769, dotò il collegio di Maria di rendite annue rispettivamente di onze 20 e di onze 28». Il collegio,allocato in un ex monastero contiguo alla chiesa di sant’Andrea,venne istituito per sua volontà, come uno dei tanti che fiorirono in Sicilia nel XVIII secolo (il primo nel 1721 nella contrada della Olivella di Palermo), in cui le religiose dell’ordine fondato dal cardinale Pietro Marcellino Corradini di Sezze (1658-1743) curavano l’alfabetizzazione e l’istruzione religiosa delle ragazze del popolo, soprattutto se bisognose di aiuto materiale e morale, che esse istruivano anche nella pratica dei lavori domestici e artigianali femminili. Un’opera, questa, certamente benemerita al di là di ogni considerazione sociologica in relazione agli intenti di autotutela del potere politico allora dominante nella nostra Regione. Un’opera benefica che a Gratteri ebbe la durata di circa ottanta anni, fino al 1845, quando, scomparsa l’ultima collegina, “il principe chiudeva la scuola e sospendeva l’assegno di sostentamento” (L. Caminiti).


Dopo le note leggi di soppressione (7 luglio 1866 e 15 agosto 1867) votate dal Parlamento del costituito Regno d’Italia, la sorte dei collegi di Maria fu generalmente quella degli altri enti ecclesiastici, che di fatto vennero soppressi essendo venuto meno il riconoscimento del loro status giuridico di soggetti capaci del possesso di beni non direttamente destinati alle pratiche liturgiche. La sorte del Collegio di Gratteri fu in certa misura diversa dato che esso era già chiuso dal 1845. Dal 1868, dopo la promulgazione delle leggi anzidette, si apri una controversia tra il Comune e il principe, proprietario dell’edificio dove era stato allogato il collegio, presso la deputazione provinciale, la quale propose una soluzione di compromesso. Per nulla soddisfatto, il sindaco intentava la causa conclusasi con la sentenza di cui si è detto sopra, all’inizio della presente nota.


Questa sentenza è importantissima in quanto afferma implicitamente il diritto all’istruzione come diritto umano ineludibile dai governanti a favore delle comunità da loro governate. La sanzione inflitta al principe ne condanna, infatti, non la disattesa di una promessa contrattuale nella veste di benefattore, ma il non adempimento degli obblighi statuiti a favore del collegio all’atto della sua fondazione. Cosa ormai divenuta imperdonabile alla luce del riflesso, ormai generalizzato sulle classi egemoni dell’Europa, della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, durante la Rivoluzione francese. Come si evince anche dal fatto che il ricorso del sindaco di Gratteri venne “supportato dai pareri della deputazione e dal Ministero dell’interno”, che non potevano transigere difronte a un atto unilaterale di chiusura di quello, il collegio, che rappresentava l’unica scuola femminile del circondario quando ormai era pacificamente riconosciuto il diritto-dovere alla istruzione primaria senza distinzione di genere.


Di ciò è testimonianza l’uso fatto dal comune delle risorse accreditate dalla sentenza, che venivano impiegate per“riattare i locali ed assumere due maestre che si occupavano di mantenere tre classi femminili». Con una oculata funzionalità nella distribuzione degli spazi: «nei locali del pianoterra, con annesso giardinetto, venivano allocate le scuole, le quattro stanze al piano superiore venivano destinate ad alloggio delle maestre estranee al paese».


Un esempio, questo, di buon governo, che sancisce nei fatti il merito della acquisita sovranità del comune. Di cui darà prova la futura capacità formativa della scuola elementare gratterese, riconosciuta nel circondario per l’abilità dei dipendenti nelle rimaste aziende feudali, nonché dell’artigianato locale non privo delle conoscenze teoriche connesse allo status degli addetti. Frutto, questo, soprattutto dell’impegno totale di quei maestri, famosi anche per la severità (al tempo più che benefica), che non facevano sconti nei loro giudizi quando si trattava della luce di quel sapere indispensabile per essere cittadini liberi e competenti.


GIUSEPPE TERREGINO

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Notizie : Gratteri e l'anima Cristiana del Socialismo madonita - G. Terregino
Inviato da Dario Drago il 5/4/2019 16:00:00 (25006 letture)

Gratteri e l'anima Cristiana del Socialismo madonita - di Giuseppe Terregino


terregino


L’anima del socialismo madonita, almeno nel passato, quando si poneva più urgente il problema del riscatto sociale dei lavoratori proletari, non aveva i connotati della lotta di classe di stampo marxiano, ma aveva quelle caratteristiche umanitarie che si erano espresse prima della Rivoluzione di ottobre e della creazione dell’URSS. Rimanendo tale anche dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando in Sicilia esplodeva la lotta contro il latifondo, che aveva l’obiettivo primario di emancipare i lavoratori della terra dallo stato di schiavitù a servizio di una agricoltura tanto improduttiva quanto vessatoria nei loro confronti.


Non è la nostra intenzione quella di approfondire, con un corposo saggio ad hoc, un tema così complesso e importante. Vogliamo soltanto limitarci a mettere in risalto la dimensione cristiana del socialismo delle nostre zone, come testimonianza evangelica a favore delle classi più umili e diseredate della società. Una testimonianza che trovava input e conforto nell’avvenuta stesura di una Carta costituzionale improntata al principio di solidarietà, sul fondamento della uguale dignità del lavoro di ogni specie e della parità dei cittadini di ogni genere e classe in riferimento ai diritti propri della persona umana.


Un ordine di idee, questo, in cui non era difficile cogliere l’ispirazione cristiana, quale si era anche rivelata nella famosa enciclica Rerum Novarum di Leone XIII. Una ispirazione avvalorata per altro dal ruolo svolto dai parlamentari e dagli intellettuali cattolici nella elaborazione e nella stesura della Carta. Sicché non era raro il caso di vedere nei fatti un felice coniugio tra l’aspirazione cristiana alla uguaglianza nella comune figliolanza divina e la prassi socialista della lotta democratica per il raggiungimento di un tale fine. Quello di sollevare, sotto lo sguardo di “San Ghiavicuzzu chi talia”, dallo stato di stringente indigenza, nella precarietà di una condizione di vita appesa anche al filo della volubilità della meteorologia, “sta genti chi cu stentu e cu duluri / curri ogni ghiuornu all’antu, a la campia, / e lu panuzzu vagna di suduri”. Come cantava il poeta gratterese Giuseppe Ganci Battaglia nel bellissimo sonetto dedicato al suo paese d’origine.


Una logica umana, questa, che dovette essere pure quella di un altro gratterese, segretario del PSI al top del suo seguito in Cefalù, il maestro Peppino Cannici, uomo di sincera fede socialista e di altrettanta fede cristiana, mai nascosta e mai rinnegata. Figlio di quel paese dove i contadini e i braccianti socialisti e comunisti, pur presenti nelle lotte politiche di occupazione delle terre feudali, erano pure presenti nelle cerimonie religiose della Settimana Santa, in camice e rocchetto, in giro per il paese o in chiesa in occasione del Precetto pasquale.


Questo modus agendi è quello che ci torna alla memoria se pensiamo al caso in cui coralmente l’intero paese ebbe a rendere omaggio alla Madonna di Gibilmanna in occasione della annuale donazione dell’olio. Era Il primo settembre del 1974 . Ad accendere la fiammella della lampada votiva alla Madonna era un giovane avvocato, che guidava una Giunta di sinistra composta, come tutto il Consiglio, di operai, braccianti e contadini. I quali si erano dovuti fare carico dell’amministrazione del paese in un momento di crisi della classe dirigente democristiana a livello provinciale, il cui riflesso in sede locale era stata la mancata partecipazione del sindaco uscente alla competizione elettorale.


L’evento anzidetto veniva così a rendere palese quella dimensione cristiana del socialismo, forte a Gratteri e abbastanza radicata sulle Madonie, dove la fede politica di sinistra ha avuto una lunga e significativa tradizione in esponenti di primo piano, nonché nelle popolazioni del Circondario, animate per l’altro verso da una sentita fede religiosa, visivamente espressa nella devozione alla Madre SS. di Gibilmanna.


Per i Gratteresi, poi, in tale connubio si intendeva manifestare l’obbedienza al monito del Divino Maestro ai figli di Zebedeo che gli chiedevano, tramite la loro madre, di essere posti uno alla sua sinistra e l’altro alla sua destra nel Regno dei cieli. Cosa di cui sarebbe bene si ricordassero i cristiani impegnati in politica e della quale non possono non tenere conto i gratteresi quando è richiesto il loro impegno particolare per il bene comune.


Nell’attività pubblica, in ordine ai poteri e alle responsabilità a questa connessi, essi sono chiamati a ricordarsi del monito evangelico rivolto agli apostoli in quell’episodio in cui si vede il nostro amato Protettore nel ruolo provocatorio di chi ambisce a una posizione di preminenza sugli altri, sollecitando così nel Divino Maestro quell’affermazione perentoria sulla posizione di potere come posto di maggiore servizio, non in direzione dell’accrescimento del proprio avere in una logica di comando dispotico, ma in quella di spendersi senza misura nell’interesse del bene comune.


Che l’amministrazione di cui stiamo parlando fosse all’altezza di un tale compito, non possiamo essere noi a dirlo. Lo dirà la storia. Ma che la loro buona volontà fosse meritevole di approvazione, a prescindere dalla parte politica di appartenenza, è un indiscutibile fatto di cronaca, se è vero – come è vero – che l’intera comunità gratterese si sentì allora coinvolta nell’evento e soddisfatta della sua riuscita. Tanto che il discorso del Sindaco, applaudito dalla folla, ebbe l’onore della stampa su “l’Eco di Gibilmanna” a futura memoria. 


Giuseppe Terregino

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Notizie : Gratteri: Estate 2018 e Sagra della Vastedda Fritta in versione XL
Inviato da Dario Drago il 31/7/2018 17:20:00 (1408 letture)

Gratteri: Eventi Estate 2018 e Sagra della Vastedda Fritta in versione XL


Gratteri estate 2018


Sarà inaugurato il 3 agosto con la manifestazione di chiusura dell’Estate Ragazzi il cartellone degli eventi dell’estate Gratterese 2018 che, grazie al finanziamento del Comune di Gratteri, al  patrocinio di Palermo Capitale della Cultura 2018 e alla fattiva collaborazione di numerose associazioni e attività produttive, vede quest’anno un calendario articolato e ricco di eventi dal punto di vista culturale, musicale, sportivo ed enogastronomico.

C’è da a dire che, nonostante le ristrettezze economiche e di bilancio, l'Amministrazione Comunale, guidata dal Sindaco Avv. Giuseppe Muffoletto è riuscita comunque, considerando anche l’esiguo tempo a disposizione dall’Insediamento, ad offrire ai cittadini gratteresesi, agli emigrati e a tutti i visitatori una buona offerta di eventi.

Gli appuntamenti proseguiranno il 5 agosto con il “Military Shooting path air soft” a cura dell’ Asd IX Reparto Arditi d'Assalto Gratteri Softair e il Torneo di ‘500.

Dal 12 al 14 agosto si svolgerà la quarantesima “Sagra della Vastedda Fritta”, organizzata dalla Pro Loco Gratteri, che quest’anno nella sua versione XL verrà celebrata tra musica dal vivo, arte, cibo e cultura.

Numerosi infatti saranno gli appuntamenti proposti nella tre giorni, dalle visite guidate, alle estemporanee di pittura, al villaggio artigianale, alle degustazioni di prodotti tipici, alle numerose esibizioni live di complessi e band del panorama siciliano.

La manifestazione avrà il suo culmine il 14 agosto, giorno in cui di potrà degustare la tipica Vastedda Fritta, proposta quest’anno in più varianti.

Il 17 agosto si terrà invece "C’era una volta ...e c’é  ancora”, incontro con l’autrice Teresa Triscari che dialogherà con il Prof. Giovanni Cristina.

Venerdì 24, a cura dell’Archeo-club Italia (sede di Cefalù) si svolgerà la conferenza tematica "Alla scoperta del Gagini”, che avrà come relatore il Prof. Giuseppe Fazio.

Sabato 25 si terrà “Musica e Parole - Tra sogno e realtà” con Liana D'Angelo e Giuliano Cassataro e il 26, nell’ambito del Cefalù Film Festival (Pino Scicolone) avrà luogo il “Gratteri Film Festival”.

Dal 31 agosto a 2 settembre verrà riproposto il XXII° Festival di Musica Antica di Gratteri a cura dell’Ass."Musicamente” di Cinzia Guarino.

Il 2 settembre si svolgerà invece la prima edizione di “Calici al Tramonto”, una degustazione di vini di numerose aziende vitivinicole.

Dal 7 al 9 settembre si terranno i festeggiamenti in onore del patrono San Giacomo che avranno il loro culmine il 9 settembre,  giorno in cui si svolgerà la festa religiosa del santo e si terrà la sera il concerto di MARIO INCUDINE.

Domenica 19 e domenica 26 agosto, a cura dell’Associazione Intona Rumori, si terranno delle “Collettive d’arte” alla scoperta dei luoghi magici di Gratteri.

Infine, grazie a Gratteri Trekking, il 5, il 12 e il 19 agosto, si svolgeranno delle escursioni nel nostro territorio per tutti gli appassionati di Trekking.


 

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Notizie : L’Abbazia di S. Giorgio frutto della pace tra Papa e Re
Inviato da Dario Drago il 30/7/2018 11:40:00 (1215 letture)

L’Abbazia di San Giorgio frutto della pace tra Papa e Re - di Giuseppe Terregino


Gratteri san giorgio


La domanda che sempre ci siamo fatti, quelli che in un modo o nell’altro ci siamo interessati della Chiesa di San Giorgio (per usare la denominazione corrente tra i compaesani di Gratteri), è stata: come mai l’insediamento di un ordine monastico così lontano da noi nel nostro territorio? Il motivo oggi può essere ragionevolmente conosciuto, stante la convergenza, nel progetto di un’opera come quella in questione, di diversi fattori attinenti ai protagonisti della realizzazione di essa. Protagonisti che vanno ricercati tra i due Ruggero, rispettivamente re di Sicilia e Duca di Puglia, padre e figlio primogenito, e il pontefice romano legittimo (Innocenzo II). Non tra altri, né predecessori né successori, se si tiene conto del fatto non trascurabile che «l'ordine premostratense venne approvato da papa Onorio II con la bolla Apostolicae disciplinae del 19 maggio 1126» e il Papa Innocenzo II, che – come vedremo – ne sostenne l’insediamento nel nostro territorio, avrebbe lasciato questa terra nel 1143 . Il che fa ben a ragione ritenere più che probabile la data intorno al 1140 della fondazione dell’Abbazia. Dato, inoltre, che prima né il Duca Ruggero né Innocenzo II potevano essere concordi nel dare inizio a un’opera del genere.


Gratteri san giorgio


Tra loro, anzi, c’era un conflitto piuttosto aspro riguardante il possesso dei territori dell’Italia meridionale di conquista normanna, che il Papa di Roma non intendeva lasciare nel dominio di Ruggero II, stante il fatto che questi aveva sostenuto dal 1130 (data della elezione) al 1138 l’antipapa Anacleto II, dal quale egli aveva ottenuto l’incoronazione regia. Solo dopo la vittoria di Ruggero a Galluccio sul Garigliano, col successivo trattato di pace di Mignano, nel luglio del 1139, Papa e Re tornarono concordi nel rispetto degli obblighi reciproci legati alla dipendenza feudale del secondo, investito per altro della Apostolica Legazia ereditata dal genitore Conte Ruggero. In ragione del fatto che col detto trattato – come sottolinea lo storico T. di Carpegna Falconieri - «Ruggero II, dietro prestazione dell'omaggio feudale e il versamento di un censo annuo, si vide riconosciuto il dominio sulla Sicilia e il titolo di re, mentre i suoi due figli ebbero il Ducato di Puglia e il Principato di Capua».


Questo fatto confermerebbe, se ce ne fosse  bisogno, quanto dicono il Passafiume (De origine ecclesiae cephaleditanae, Venezia 1645) e lo storico premonstratense N. Backmund (Monasticon Praemonstratense, Staubing 1952) circa la fondazione del cenobio in discorso: secondo l’uno, «fondato e dotato dal Duca Ruggero, come si legge nel diploma dato a Palermo dal Re di Sicilia Tancredi nell’anno 1190»; e secondo l’altro, «fondato intorno all’anno 1140 da Ruggero, figlio primogenito dell’omonimo re di Sicilia».


Ma il punto cruciale della vicenda, a sostegno della nostra tesi, sta nell’insediamento in loco dell’ordine monastico fondato da San Norberto di Xanten. Per un duplice motivo: perché si trattava di clero regolare, che rientrava nelle preferenze di Innocenzo II riguardo alla sua fiducia di fedeltà alla sede apostolica romana; e poi perché San Noberto gli era stato sempre vicino nel suo contrasto con Anacleto, che solo la morte riuscì a estromettere dalla sede papale di Roma. «Norberto di Xanten – dice in proposito T. di Carpegna - e Bernardo di Chiaravalle, due tra le figure più imponenti del XII secolo, furono i fieri sostenitori di Innocenzo II. … E se da parte del papa non furono lesinati aiuti e privilegi, è vero anche che il riconoscimento universale di I. II e la sua vittoria finale su Anacleto sono da ascrivere principalmente all'operato di Norberto e Bernardo».


Di questo abbiamo detto già abbastanza in precedenti note, pure su questo sito. Qui ci preme solo mettere in evidenza come i fatti sopra esposti concorrono a rendere il rudere della Chiesa di San Giorgio un documento storico di grande importanza, giacché la data della sua costruzione rappresenta un punto di svolta cruciale nel Cammino dei Normanni in Sicilia. Sarà, infatti, dopo il trattato di pace di Mignano che il regno di Ruggero II, canonicamente riconosciuto dal Papa, avrà, anche grazie all’ampliamento territoriale sancito dallo stesso, quella preminenza nell’area mediterranea di vera e propria potenza antagonista di Bisanzio. In virtù proprio della pacificazione di cui nel titolo di questa nota.


Giuseppe Terregino

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Notizie : L’abbazia di S. Giorgio, documento storico singolare e incancellabile
Inviato da Dario Drago il 18/5/2018 14:50:00 (1148 letture)

L’abbazia di San Giorgio, documento storico singolare e incancellabile - di Giuseppe Terregino


Gratteri san giorgio


«Il cenobio venne fondato – secondo lo storico premonstratense N. Backmund - intorno all’anno 1140 da Ruggero, figlio primogenito di Ruggero II». La data e il nome del fondatore impongono una riflessione, stante che in essi è dato di leggere un motivo tutt’altro che casuale e senza nesso con la storia di un’epoca tormentata da conflitti di ogni genere tra il papato e l’impero, nonché tra questi e i regnanti di ogni livello e latitudine.

Il 1140 è una data per più versi significativa, specie se, come vedremo, è associata al nome del neo Duca di Puglia, protagonista della vittoria, nel 1139, sulle truppe papali a Galluccio sul Garigliano. Una vittoria che cambia in modo rilevante le dimensioni e il peso del Regno di Ruggero II nell’area del Mediterraneo, mentre rappresenta la conclusione della lunga vicenda che aveva visto il re di Sicilia implicato nello scisma apertosi nella Chiesa alla morte del papa Onorio II. La successione, infatti, non era stata univoca: al successore Innocenzo II si contrappose, quasi immediatamente, Anacleto II, sostenuto da una delle due fazioni in cui si erano divisi i cardinali elettori. Questi passerà alla storia come antipapa, anche se avrà un suo seguito. Tra cui Ruggero II, che proprio da lui era stato incoronato Re di Sicilia nel 1130.

Una incoronazione che Innocenzo riconosce solo dopo la scomparsa di Anacleto (1138), quando, in seguito alla conclusione della vicenda bellica a Galluccio, il 27 luglio 1139 «fu ratificato un trattato a Mignano. Con esso Ruggero II, dietro prestazione dell'omaggio feudale e il versamento di un censo annuo, si vide riconosciuto il dominio sulla Sicilia e il titolo di re, mentre i suoi due figli, ebbero il Ducato di Puglia e il Principato di Capua» (Tommaso Di Carpegna Falconieri, Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 62).

Non è nostra intenzione entrare nel merito delle vicende appena accennate. Non ne avremmo la competenza, né si avrebbe una delucidazione significativa riguardo al tema del nostro discorso, che è quello di far emergere il significato della fondazione della nostra Abbazia nella logica della politica religiosa dei Normanni. Un significato che sta proprio nel rapporto del nuovo regno col papato di Roma, adesso corroborato da due atti formali ineludibili: la Apostolica Legazia di Urbano II al Conte Ruggero e il sopracitato “omaggio feudale”, che equivaleva al formale riconoscimento di una autorità superiore alla propria nella persona (nel caso specifico, il Papa di Roma) verso cui veniva reso.

Se poi si aggiunge il dato della vicinanza di san Norberto di Assen, fondatore dell’ordine monastico dei premonstratensi, al Papa Innocenzo II e quello della predilezione di costui verso i canonici regolari e gli ordini monastici in generale, si ha qualche elemento in più per capire il motivo della presenza di una comunità cenobitica d’oltralpe in un recondito angolo del suolo siciliano e la non trascurabile rilevanza di essa nell’itinerario normanno da Cefalù a Monreale.

Dice ancora il citato scritto di T. Di Carpegna: «Norberto di Xanten e Bernardo di Chiaravalle, due tra le figure più imponenti del XII secolo, furono i fieri sostenitori di Innocenzo II. Questo condivideva con loro la formazione culturale, l'alto ideale di riforma della Chiesa, la propensione per gli ambienti monastici e canonicali, … E se da parte del papa non furono lesinati aiuti e privilegi, è vero anche che il riconoscimento universale di I. II e la sua vittoria finale su Anacleto sono da ascrivere principalmente all'operato di Norberto e Bernardo».

A questo legame, nato e rafforzatosi nel tempo trascorso da Innocenzo fuori di Roma, a ragione della pervicace resistenza di Anacleto a non lasciare la sede papale, non è certo azzardato riportare la fondazione dell’abbazia di San Giorgio. E non è neppure da escludere che la nascita della stessa rientrasse nelle clausole non scritte, ma ugualmente vincolanti, del trattato di Mignano. In ogni caso è certo che il Papa si sentisse meglio garantito riguardo al legame con la sua sede apostolica da un clero regolare, stante che per lui –come dice ancora T. Di Carpegna - «la vita regolare era infinitamente superiore a quella secolare». E questo «lo spinse a favorire il formarsi di congregazioni di canonici regolari che officiassero tutte nella medesima diocesi o provincia, che sottostessero a un capitolo generale (forse mutuato da quello cistercense) e che obbedissero a un priore generale. … . Così, i numerosi benefici concessi a Norberto di Xanten, fondatore dei premostratensi, e, attraverso di lui, alla sua arcidiocesi di Magdeburgo, miravano a porre sotto l'egida della riforma e della vita comune e regolare il potente moto di evangelizzazione che investiva l'Europa nordorientale».

Dopo quello che abbiamo sopra riportato, diventa quasi lapalissiano il motivo della fondazione di una abbazia premostratense nel territorio che, regnante Ruggero II, era privilegiato come sede morale del Regno. Cosa che risulta anche avvalorata dalla preferenza del medesimo Re di collocare nella cattedrale da lui fatta costruire il sarcofago che ne avrebbe dovuto raccogliere, alla fine dei suoi giorni, le spoglie mortali.

Non è quindi esagerato dire che il rudere della chiesa di San Giorgio in Gratteri abbia in sé l’eco della predicazione evangelica di un tale pilastro del monachesimo medievale quale fu San Norberto di Axen, un convertito, secondo la leggenda, come San Paolo dopo una caduta da cavallo a causa di un fulmine , che spese la successiva vita nella diffusione del Vangelo, come predicatore ambulante prima e quindi come fondatore, a Prémontré presso Laon, di un cenobio, su suggerimento del vescovo di questa sede, e quindi come vescovo di una sede molto importante, qual era a quel tempo quella di Magdeburgo. Il che rende il rudere assai prezioso e incancellabile perché singolare nel suo genere.

Non solo quindi i pregi stilistici del rudere rimasto, dei quali i competenti non si stancano di magnificare l’incomparabile valore di testimonianza sul lato artistico, sono motivo di salvaguardia di quello che rimane e, possibilmente, di restaurazione di quello divorato dall’usura del tempo e dall’incuria della gente, ma anche le connotazioni storiche qui succintamente rilevale. Perché queste ultime rendono a quello che rimane della gloriosa Abbazia di San Giorgio la giustizia che essa, in estrema solitudine – come dice il Backmund – attende nell’ammirevole incanto del suo sito.


GIUSEPPE TERREGINO



I. II dovette abbandonare Roma ad Anacleto e comportarsi come un antipapa, vagando per tre anni fra l'Italia settentrionale e la Francia. Il grande vantaggio di I. II rispetto al suo rivale fu tuttavia quello di ottenere la fedeltà di quasi tutto il clero regolare d'Occidente: i cluniacensi, i camaldolesi, i cistercensi, i certosini e i canonici regolari delle diverse congregazioni si schierarono subito dalla sua parte. I. II, che era stato canonico regolare, proveniva da un ambiente culturale rigoroso e permeato dallo spirito di riforma.

Egli proseguì la politica di benevolenza nei confronti del clero regolare che era stata già di Onorio II, ma riuscì a conferire a essa uno slancio e una vitalità senza precedenti. Il periodo compreso tra il suo pontificato e quello di Anastasio IV vide infatti il solido impiantarsi dei cistercensi in tutta Europa e fu testimone della massima espansione dei canonici regolari.

I. II perseguiva un proposito ancora più radicale, che però non riuscì a realizzare. La sua austera idea di riforma, per la quale la vita regolare era infinitamente superiore a quella secolare, lo spinse a favorire il formarsi di congregazioni di canonici regolari che officiassero tutte nella medesima diocesi o provincia, che sottostessero a un capitolo generale (forse mutuato da quello cistercense) e che obbedissero a un priore generale. Dietro queste concessioni si celava l'intenzione di sostituire il clero secolare diocesano con i canonici regolari, ovvero di sottomettere i cleri diocesani alla vita comune e regolare. Così, i numerosi benefici concessi a Norberto di Xanten, fondatore dei premostratensi, e, attraverso di lui, alla sua arcidiocesi di Magdeburgo, miravano a porre sotto l'egida della riforma e della vita comune e regolare il potente moto di evangelizzazione che investiva l'Europa nordorientale. Allo stesso modo, la proibizione di eleggere un vescovo senza il consiglio dei religiosi, contenuta nel canone 28 del II concilio Lateranense, è testimonianza dell'intenzione di affiancare i monaci e i canonici regolari agli ordinamenti istituzionali secolari, e di contare sul maggior numero possibile di vescovi provenienti dal mondo canonicale e monastico (Maccarrone).

Benché una tale imposizione del modello di vita regolare non ottenesse effetti durevoli, il favore mostrato dal papato innocenziano al monachesimo riformatore e al mondo canonicale provocò un tangibile rafforzamento del potere pontificio. Attraverso la collaborazione con i cistercensi e con i premostratensi fu infatti ampliata considerevolmente la possibilità, da parte del papa, di far valere la propria autorità nei chiostri e nelle sedi episcopali. Il pontificato di I. II, con la sua capacità di servirsi del clero regolare per imporre il primato della Sede romana, si può considerare un precursore dei grandi pontificati duecenteschi.

Norberto di Xanten e Bernardo di Chiaravalle, due tra le figure più imponenti del XII secolo, furono i fieri sostenitori di Innocenzo II. Questo condivideva con loro la formazione culturale, l'alto ideale di riforma della Chiesa, la propensione per gli ambienti monastici e canonicali, la durezza delle posizioni verso l'eresia: le condanne di Abelardo e di Arnaldo da Brescia, nelle quali appare la sintonia di vedute tra Bernardo e I. II, sono emblematiche. E se da parte del papa non furono lesinati aiuti e privilegi, è vero anche che il riconoscimento universale di I. II e la sua vittoria finale su Anacleto sono da ascrivere principalmente all'operato di Norberto e Bernardo.

Durante l'estate 1130, mentre il papa risaliva da Pisa a Genova e i suoi legati raggiungevano la Francia, re Luigi VI, che ancora non aveva preso posizione nei riguardi dello scisma, fece convocare un concilio a Étampes, affinché il clero francese si schierasse. Bernardo, assertore accanito della legittimità di I. II, fu presente al concilio e, orientando il dibattito sulle qualità morali dei contendenti anziché sulla legittimità dell'elezione, riuscì a convincere il clero di Francia a riconoscere Innocenzo II. Poco più tardi il pontefice, passando per Cluny e raggiungendo l'Alvernia, poté celebrare un suo primo concilio, che si tenne a Clermont il 18 nov. 1130 e nel quale egli inaugurò il suo programma di riforma, tramite l'emanazione di canoni concernenti essenzialmente la disciplina ecclesiastica. Permanendo in Francia con Bernardo sempre al suo fianco, I. II strinse saldi legami con il re, che incontrò a Saint-Benoît-sur-Loire e dal quale fu scortato fino a Orléans. Enrico I re d'Inghilterra, che si trovava nel suo ducato di Normandia, volle incontrarlo a Chartres e gli giurò fedeltà (13 genn. 1131).









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Notizie : Gratteri e la sua identità Arabo Normanna: eventi del 18 e 19 maggio
Inviato da Dario Drago il 13/5/2018 11:00:00 (1300 letture)

Gratteri e la sua identità Arabo Normanna: eventi del 18 e 19 maggio


Abbazia di San Giorgio Gratteri


A Gratteri, il 18 e 19 maggio, in occasione del “Palermo Capitale della Cultura 2018” - Madonie Landscapes, si terrano due giornate di studio dal titolo "Gratteri e la sua identità Arabo Normanna".

In particolare giorno 18, alle ore 8,30 in occasione della Giornata internazionale dei musei verrà organizzata, con la guida dell'Arch. Tania Culotta e con l'intervento performativo di Patrizia D’Antona nel ruolo di Icaro, un'escursione a piedi all’Abbazia di San Giorgio. Parteciperanno anche i bambini della scuola di Gratteri, guidati dal responsabile Prof.ssa Anna Ragusa e dal Dirigente scolastico Prof. Domenico Castiglia. (raduno in piazza scala)

Giorno 19, alle 9:30, presso il centro Ambientale del Parco della Madonie (c/o via del sole), si terrà un dibattito moderato da Adriana Scancarello, esperto del Commissario straordinario del Comune di Gratteri al quale parteciperanno:

- Vincenzo Raitano - Commissario straordinario del Comune di Gratteri

- Alessandro Ficile – So.Svi.Ma. Spa

- Salvatore Caltagirone – Ente Parco delle Madonie

- Tania Culotta – Tecnico progettista Riqualificazione Abbazia di San Giorgio

- Amedeo Tullio – Università degli Studi di Palermo

- Guido Meli – ICOM Italia, Sezione Sicilia

- Sebastiano Tusa – Assessore regionale BB.CC. e dell’Identità siciliana

Inoltre gli alunni della scuola di Gratteri presentano il video-progetto di promozione dell’Abbazia di San Giorgio, premiato dalla Fondazione Napoli 99


La cittadinanza tutta è invitata a partecipare!


Abbazia di San Giorgio Gratteri


 






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Notizie : A Gratteri il Masterclass per Direttore di Orchestra Fiati con il M° Andrea Loss
Inviato da Dario Drago il 4/4/2018 17:25:07 (1000 letture)

A Gratteri il Masterclass per Direttore di Orchestra Fiati con il M° Andrea Loss


Andrea loss masterclass gratteri


Nei giorni 11 e 12 aprile p.v., l’Associazione Culturale Musicale “V. Bellini” di Gratteri organizzerà  grazie al supporto dell’Associazione di Promozione Sociale Pentamusa di Rocca di Capri Leone il Masterclass Annuale per Direttore di Orchestra Fiati con il M° Andrea Loss, affermato didatta e direttore della Rovereto Wind Orchestra che ha conquistato la quarta medaglia d’oro al World Music Contest Kerkrade, autentico campionato del mondo per bande musicali di ogni genere.

Durante le due giornate le lezioni si baseranno sulla Direzione (Teorica, tecnica e pratica) sul Repertorio, sulla Programmazione e gestione del gruppo.

Ospite d’eccezione, all’interno del workshop, il M° Luciano Feliciani, compositore per banda marchigiano affermato anche fuori dal territorio italiano.

Per maggiori informazioni contattare i n. 338 7026083 - 3388500009

 






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Notizie : La banda di Gratteri suona a Caltanissetta per il Giovedì Santo
Inviato da Dario Drago il 29/3/2018 11:00:00 (1046 letture)

La banda di Gratteri a Caltanissetta per il Giovedì Santo con la Sacra Urna


Urna caltanissetta gratteri banda


Il Complesso Bandistico "Angelo Tornabene" di Gratteri parteciperà alla Processione delle vare il Giovedì Santo a Caltanissetta con il proprio repertorio di marce funebri.

La banda di Gratteri avrà l'onore di suonare per la SACRA URNA, di proprietà del Clero (in gestione alla Congregazione dei Cavalieri San Filippo Neri).

Per la processione delle Vare, per le strade sfilano in Processione i 16 Gruppi Sacri che rappresentano, in certo qual modo, le stazioni della Via Crucis.

Le Vare, opera per la maggior parte dei Biangardi, scultori napoletani della seconda metà dell'Ottocento, sono maestose in quanto accolgono ciascuna diversi personaggi in grandezza naturale. Ogni Vara, decorata di luci e di fiori, è accompagnata da un corteo di devoti, dal ceto dei proprietari, da portatori di candele e di fiaccole.

Tutte sono accompagnate da una banda e tutte le sedici bande suonano contemporaneamente durante il percorso.

Durante le sfilate processionali, infatti, le bande musicali hanno un’andatura molto lenta e con il passo cadenzato marciano dando l’effetto dell’annacata: tutto il corpo si lascia andare obliquamente rispetto al piano orizzontale, e vedere come le bande riescono ad effettuare questa pratica schematica e uniforme è molto suggestivo.

Nella tradizione dei Misteri di Caltanissetta la musica è un ingrediente importante da vivere con intensa passione.

La banda è quindi sempre presente. Le melodie meste, dolci, toccanti e piene di dolore delle marce funebri, non solo arricchiscono l’ambiente che circonda curiosi e fedeli, ma hanno il compito di rimarcare, accentuare i sentimenti, proprio come succede in un momento saliente di un film, dove la colonna sonora rimarca un movimento o un oggetto importante per la scena, creando pathos e suspence allo spettatore.

È una processione molto amata dalla città e che attrae moltissimi turisti, tanto che la folla fa ala sino a notte tarda, lungo tutto il percorso.

Gli scorsi anni la banda aveva partecipato più volte alla processione delle "Varicedde" il mercoledì santo.






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Notizie : Gratteri: domenica 25 marzo andrà in scena la Passio Christi
Inviato da Dario Drago il 20/3/2018 10:00:00 (868 letture)

Gratteri: domenica 25 marzo andrà in scena la Passio Christi


Passio Christi Gratteri


Domenica 25 marzo alle ore 21:00 all'interno della chiesa madre, andrà in scena la Passio Christi, una contemplazione della passione e morte di Gesù in 5 atti.

La Rappresentazione, durante la quale non mancheranno i momenti di riflessione e meditazione, ripercorrerà alcuni dei momenti della passione e morte di Gesù Cristo.

L'evento è voluto e promosso dalla Parrocchia San Michele arcangelo di Gratteri.

I canti sono a cura del Coro Polifonico Parrocchiale "Divinæ Laudes" e le scene a cura dei giovani della Parrocchia.

La voce narrante che reciterà testi e brani di autori vari è di Santi Cicardo.






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