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Re: Gratteri - le tradizioni stravolte

Oggetto: Re: Gratteri - le tradizioni stravolte
inviato da orastoga su 10/6/2011 0:27:22

Ciccio Agostaro
Un grazie a chi ha commentato il mio intervento; anche se in disaccordo ogni opinione diventa stimolante per nuovi approfondimenti. In particolare ringrazio il Sig. Cinquegrana del quale non raccolgo certo il sarcasmo circa le “menti eccelse” alle quali non mi posso gloriare di appartenere. Non mi dilungo neppure nel rispondere alle affermazioni più banali dei due ultimi commenti. Certo che le cose e il costume cambiano col tempo. Certo che le situazioni si evolvono, ma mai in maniera meccanica; dietro i cambiamenti ci sono sempre le persone con le loro motivazioni, le loro sensibilità e le loro finalità.
A proposito. Io non ho bisogno di cercare esperti per informarmi di com’erano fatte le “cappe” semplicemente perché ricordo benissimo com’era fatta quella di mio nonno che ho posseduto fino a poco tempo fa. Ma non è questo il punto. Sostenevo un’altra cosa: che il venerdì santo quella cappa veniva indossata con particolari accorgimenti e che la maggior parte dei confrati la indossava senza rocchetto per i motivi che ho spiegato.
Ciò premesso ritengo importante fare due osservazioni.
Ecco la prima: nel mio intervento ho impiegato più di due pagine per spiegare i significati che aveva la processione della “sulita” come la conoscevo io. Mi aspettavo che chi ha apportato cambiamenti spiegasse il significato di quello che ha fatto. Per esempio, quale significato religioso ha il cappuccio abbassato sugli occhi? A che serve ripetere con due statue il tema della flagellazione? Se si vuole fare una via crucis, perché inserire solo la caduta di Gesù sotto la croce e non inserire anche le altre stazioni in modo da farne una completa? Purtroppo negli interventi critici non ho trovato neppure un frammento di spiegazioni del significato di quelle novità, come se interessasse solo l’apparire. L’apprezzamento che si può esprimere per la buona volontà e l’impegno non vale però a giustificare lo stravolgimento della processione.
La seconda osservazione riguarda l’affermazione di Lombardo quando sostiene che:
“Chi ha avuto il piacere di occuparsi di tradizioni popolari, soprattutto in quelle a carattere religioso, è consapevole del fatto che:
- Il voler distinguere, in queste o tra queste, tra sacro e profano, è del tutto fuorviante”
No, caro amico, non ci siamo. Sono convinto che tu non intendi riferirti al dibattito filosofico sulla definizione del sacro e della sua applicabilità al cristianesimo. Intendi invece riferirti all’approccio etnologico e antropologico alle tradizioni del passato, assunte a mere categorie del costume. Questo non basta per definire la specifica natura della dimensione della fede alla cui comprensione è possibile pervenire solo distinguendola e identificandola come categoria religiosa. Distinguere non è fuorviante, è illuminante.
D’altra parte proprio la confusione tra sacro e profano, nella storia europea e non, ha provocato grandi disastri: quelli dell’integralismo quando la religione vuole comprendere e assorbire ogni cosa nella visione totalizzante della società; e quelli della strumentalizzazione della religione quando il civile e il politico prevarica su di essa pretendendo di condizionarla e di adattarla ai propri bisogni.
La storia è piena di queste prevaricazioni e delle tragiche conseguenze che ne sono derivate. Ancora oggi il rischio permane se non si rimarca la distinzione e l’autonomia tra la dimensione civile e quella religiosa, tra fede e politica, tra sacro e profano. Ce n’è bisogno ancora oggi e ce n’è bisogno anche a Gratteri.
C’è bisogno a Gratteri di non essere integralisti. Vuol dire, per esempio, che bisogna correggere quella mentalità secondo cui i propri i modelli religiosi che organizzano il tempo e lo spazio, magari con continui e interminabile pseudo suono di campane, o con itinerari fissi (come la via crucis) che sacralizzano tutto lo spazio civico, possano essere imposti a tutti senza tener conto della sensibilità di chi cristiano o credente non è. Si tratta di pretesa arrogante e mancanza di rispetto delle convinzioni e delle scelte diverse dalle proprie.
Dall’altra parte c’è bisogno di distinzione anche per affermare che le manifestazioni religiose appartengono ai credenti ed è soltanto loro competenza stabilirne forme e contenuti. Non può aver diritto di parola sull’organizzazione delle pratiche religiose cristiane chi non fa parte in maniera coerente e attiva della comunità ecclesiale; si assiste invece alla pretesa di certi che vogliono interferire come fare, magari, la festa del patrono, ma non frequentano la chiesa e i sacramenti e non vanno a messa neppure a Pasqua. O addirittura di chi ritiene di poterne subordinare la partecipazione alla presenza del prete gradito.
Si tratta di mentalità distorte che producono pratiche religiose distorte e che i credenti hanno il dovere di rifiutare perché non sia deformata la natura stessa del cristianesimo.
Ciccio Agostaro



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