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Gratteri - le tradizioni stravolte

Oggetto: Gratteri - le tradizioni stravolte
inviato da dariodrago su 19/5/2011 12:26:13

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO: Ciccio Agostaro

Dalle nostre parti, per ignoranza o voglia di fare a tutti i costi, spesso vengono inseriti nelle antiche tradizioni le novità più disparate, anche quelle più stravaganti, col risultato di travisarne completamente il senso e il significato.
Se volete trovare un esempio di come una tradizione di alto significato religioso possa essere stata trasformata e stravolta con la pretesa di costruire una manifestazione d’interesse turistico, andate a vedere la tradizionale processione del Venerdì Santo, chiamata della “Sulità”, nel paesino madonita di Gratteri che si tiene il Venerdì Santo.
Quando eravamo ragazzi, ma non solo, partecipavamo con vibrante attesa a quella processione. Mio nonno, che era membro della confraternita di S. Giacomo, fin da bambino mi coinvolgeva nei preparativi. Bisognava riparare le lanterne, povere, fatte di un bastone di canna per reggere la candela, a sua volta protetta da un paralume di carta velina colorata; bisognava predisporre le corone di liana e i cappi (pasture) anch’essi di liane, che i confrati quella sera avrebbero portato al collo nella processione. Bisognava reperire dalle donne che li avevano preparati nella Quaresima i piatti con i germogli di frumento per adornare la statua dell’Ecce Homo. Tutto doveva essere curato nei minimi particolari per la settimana santa, perché ogni elemento portava con se un significato specifico . I ricordi, per chi vive lontano, sono memoria anche del proprio essere e così ho trovato“ l’occasione, nel servizio del sito “gratteri.org, per ricordare e, se si vuole, rimembrare. Quel sito contiene un video semplice e accurato che documenta lo svolgimento della processione la cui visione mi ha lasciato amareggiato per il contrasto tra quello che ho visto e i miei ricordi, inducendomi ad esprimere una critica che vuole essere costruttiva.
In merito a quanto si dice nella presentazione vorrei precisare:
Non si sa dove gli autori della presentazione al video trasmesso su YOU TUBE abbiano preso la notizia della data, così precisa (1612), dell’istituzione della processione a Gratteri. Se esiste un documento o una testimonianza sarebbe bello citarla per farcela conoscere.
In quanto all’origine del termine “sulità” che denomina la processione, in quella presentazione se ne riporta l’etimologia (da SOLEDAD), ma il riferimento viene fatto semplicemente al procedere dei confrati in fila indiana.
Errore grave, il termine è riferito soprattutto alla Madre di Gesù, rimasta sola nel dolore, conseguenza della morte redentrice dal peccato. Non per nulla le donne dietro la statua della Madonna cantano il ritornello: “Sono stati i miei peccati, Gesù mio perdon pietà”.
Questo è l’unico canto della processione. Questo è’ il tema, l’oggetto della contemplazione che la processione proponeva. Di fronte a un sì grande dramma il popolo cristiano è coinvolto nell’atto penitenziale e i partecipanti procedevano come si conviene ai penitenti: da soli, con la tunica bianca, i fianchi cinti, la corona sul capo che richiama quella di spine, e il cappio al collo, immedesimazione e proponimento per la “sequela Christi”.
La figura del penitente pellegrino che s’incammina col bastone e i fianchi cinti, ha origine biblica; si riferisce al cammino di liberazione dalla schiavitù e marca, nella processione, il profondo significato teologico e religioso. L’austerità dunque era la caratteristica della processione, non lo sfoggio.
Da quello che si può vedere nel video di YOU TUBE, quella di oggi è diventata un frigandò dal significato confuso e con inconsistenti aspirazioni di esibizione folcloristica.
La caratteristica principale della processione era data dal suo ordine che scandiva la contemplazione della morte del figlio e del dolore della madre. Per questo la statua della Madre, rimasta sola nel suo dolore, si collocava in coda alla processione, quasi appartata e accompagnata soltanto dalle donne, le uniche che possono condividere il dolore di una madre.
Le statue da portare in processione erano quindi solo quelle essenziali: la flagellazione, la crocifissione, la deposizione nel sepolcro, la Madre rimasta sola.
L’aggiunta di altre statue hanno trasformato la processione in una specie di via crucis che, pur essendo un nobile e pio esercizio, è ben diversa da quello che proponeva: la drammatizzazione sulle conseguenze del peccato che porta alla morte e il dolore della Madre per una più intima meditazione e immedesimazione. La via Crucis è una rilettura, la processione della “ sulità” è un’azione.
A Roma quel pio esercizio della via crucis assume un significato diverso perché si svolge sulla terra della testimonianza dei primi cristiani che diedero la loro vita col sangue. La processione della sulità di Gratteri, invece, esprime l’atto di pentimento e di penitenza per il coinvolgimento nella morte di Cristo di fronte al dolore della Madre enfatizzato e drammatizzato.
Tutto il resto e un sovrappiù. Aggiungere altre statue distrae dalla peculiarità di questo gesto e ne confonde il significato. La processione ha un solo tema di cui bisogna prendere coscienza. La sua caratteristica fondamentale è l’austerità non il folklore. Quella processione era un invito e una pubblica promessa a prendere sul serio quel ritornello: ”Sono stati i miei peccati Gesù mio perdon pietà”.
Per farlo e per esprimerlo i nostri antenati avevano assunto forme di comunicazione univoche e precise. Nell’atto penitenziale i confrati non indossavano i loro rocchetti (le mantelle) di seta colorata, in altri posti preziosamente ricamati, ma indossavano il solo camice, con i fianchi cinti si accingevano al cammino penitenziale di chi implora la liberazione, con sul capo la corona e al collo il cappio di liana che si usava per immobilizzare le bestie, nella consapevolezza della propria condizione di peccatori e in riconoscimento di sottomissione al Salvatore.
Quello schiamazzo di catene e “troccole” che si ode nel video, allora era il naturale rumore di catene che di tanto in tanto producevano soltanto i portatori delle statue, e che nel paese si poteva udire lontano, nel silenzio buio della sera, unica concessione alle espressioni drammatiche delle antiche sacre rappresentazioni popolari.
Ogni onore mondano e ogni insegna era accantonata nella processione. I sacerdoti andavano in “nigris”, vestiti di tonaca nera, senza cotta e senza stola e soprattutto senza reliquie o benedizioni. Non è tempo per sfoggiare potere per i preti, né per le autorità civili, quando ci si pone dietro l’urna di Cristo morto.
Il venerdì santo è infatti un giorno aliturgico; non la chiesa non vuole distrazioni o altre pratiche che non siano quelle della contemplazione della morte di Cristo tanto che di fronte al crocifisso, solo quel giorno, si genuflette. Nulla deve distrarre dall’essenziale. Non si celebra neppure la messa, figurarsi le benedizioni o altre pie pratiche. Il venerdì santo termina con la sepoltura, di per sé è un giorno di sconfitta, se non ci fosse stato anche la domenica. Quella però deve ancora arrivare.
L’ordine nella processione prevedeva dunque che dopo l’urna di Cristo morto, accompagnata dai preti e le autorità, le autorità e la banda, per ultima, a sottolineare col distacco e la solitudine, il dolore della madre, si ponesse la confraternita dell’Addolorata con la statua della Madonna accompagnata dalle sole donne per i motivi già detti.

Il suo movimento non prevedeva punti d’interruzioni, né momenti conclusivi; terminava nello stesso ordine in cui era cominciata, col procedere delle confraternite nel loro silenzio, rotto soltanto dal lamento cupo del tamburo stonato, ma nella compostezza del portamento che quell’austera partecipazione comportava.
Quello svolazzare di mantelle colorate per tutti i confrati, introdotte forse con la pretesa d’imitare e competere con altre sontuose processioni del meridione d’Italia, dimostrano ignoranza e incompetenza da parte dei promotori dei cambiamenti, oltre che cattivo gusto.
Indossano la mantella persino i confrati di S. Andrea che non l’hanno mai avuta nella loro divisa. Il cappuccio bianco abbassato sugli occhi dei confrati che sfilano nella processione può richiamare forse le cerimonie dei beati paoli, non certo una motivazione religiosa cristiana. Forse chi ha deciso questi cambiamenti voleva valorizzare l’elemento folclorico, ma con tutto ciò è stata stravolta la processione basata sul tema della solitudine nel dolore, com’era e come la ricordavamo; quei cambiamenti non danno sostanza alla manifestazione, la rendono solo insignificante e la stravolgono nel contenuto.
Se davvero i gratteresi tengono alla specificità delle loro buone e nobili tradizioni dovrebbero pretendere che ne venga rispettato lo spirito e non siano alterate e manomesse per conservare gelosamente quelle specificità e unicità che le rendono interessanti anche per chi vuole guardarle soltanto come manifestazioni popolari.

Ciccio Agostaro

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